We Have a Dream: passato, presente e futuro

100 giorni dopo la prima fiaccolata contro l’omofobia, abbiamo intervistato uno dei fondatori di We Have a Dream, Guido Allegrezza, per cercare di capire passato, presente e futuro del ‘movimento’

Roma – La notte del 22 agosto, fuori dal Gay Village, due ragazzi omosessuali vengono aggrediti ed accoltellati da un uomo, Alessandro Sardelli, detto ‘Svastichella’.

L’episodio è solo l’ultimo di una lunga lista di violenza omofoba che ha sconvolto Roma e l’Italia intera. Le associazioni glbtiq annunciano una manifestazione nazionale, nella capitale, per il 10 di ottobre.

La sera del 28 agosto, senza annunci o proclami, ma solo grazie a facebook e ad una catena di sms, quasi a non voler attendere un mese e mezzo per scendere in strada, un centinaio di omosessuali danno vita alla prima fiaccolata glbtiq della capitale, per dire basta all’omofobia.

Nasce così’,quel giorno, We Have a Dream. Oggi, dopo Micro-Pride, Flash Mob, aperitivi e passeggiate ecologiche (qui una playlist con tutti i video dei vari ‘eventi’), il ‘movimento’ si guarda allo specchio, osservando il passato, vivendo il presente e pensando al futuro.

A parlarne con noi, in un’intervista a tutto campo, uno dei suoi fondatori, Guido Allegrezza

La sera del 28 agosto, senza annunci o proclami, ma solo grazie a facebook e ad una catena di sms, nasceva ufficialmente We Have a Dream, che scese in strada ricordando quanto avvenne lo stesso giorno del 1963, a Washington, quando Martin Luther King pronunciò quelle parole ormai storiche: I HAVE A DREAM. Quella fiaccolata, la prima romana LGBT, nacque in risposta all’ondata di violenza omofoba che in qualche modo ha marchiato l’estate 2009. Cosa è cambiato, se è cambiato qualcosa, in questi 100 giorni e come ha contribuito, se ha contribuito, We have a dream affinchè questi cambiamenti avvenissero?

La cosa più importante che è avvenuta è che le persone lgbtqi sono, in parte, uscite da ghetti e privato e si sono rimesse in movimento, in qualche modo riappropriandosi dello spazio urbano, esponendosi, rispondendo alle iniziative promosse da WHAD. Ma soprattutto hanno cominciato a conoscersi e riconoscersi l’un l’altra, a parlare, a lavorare insieme, a confrontarsi, partecipando. Insomma, stiamo andando avanti con l’idea di ricostituire una comunità fatta prevalentemente di persone in contatto fra loro e consapevoli della necessità di esporsi, di contaminare la città, la rete delle loro relazioni, convinte della necessità di prendere posizione e fare iniziative nel momento in cui se ne ravvisa la necessità. Ecco, questo, 100 giorni fa non c’era, mentre oggi c’è.

Quali erano i vostri obiettivi, 100 giorni fa, quando siete ‘nati’, e quali pensate di aver obiettivamente raggiunto?

Li potremmo riassumere con quattro “C”: Città, Coinvolgimento, Comunità, Connessione. Fare comunità tra le persone lgbtqi e chi ne condivide le rivendicazioni, contaminare la città con la nostra presenza, coinvolgere le persone rendendole protagoniste dirette che non delegano nessuna rappresentanza, dando spazio alla loro creatività e ascoltando le loro idee e le loro proposte. Infine, c’è l’aspetto della connessione, della rete. In una società che sempre più abbandona i media tradizionali, in cui l’universo lgbtqi viene rappresentato sistematicamente in modo distorto e spettacolarizzato, è fondamentale produrre e diffondere in rete materiale audiovisivo di testimonianza autoprodotto, per far circolare contributi informativi che produrranno notevoli effetti ben oltre il tempo presente. Questi erano e sono tuttora gli obiettivi che abbiamo e sui quali vogliamo continuare a lavorare. In effetti, forse sarebbe meglio parlare di "stile" o di "linee di azione" piuttosto che di obiettivi, dato che i nostri obiettivi, come persone lgbtqi sono esattamente quelli contenuti nelle piattaforme dei Pride.

Perché l’inusuale e innovativa decisione di autoconvocarsi, lasciando fuori dalla porta le rissose associazioni glbtiq romane?

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Perché era l’unico modo per superare uno steccato mentale che tiene lontane dalla partecipazione molte persone che non hanno fiducia nel ruolo e nel lavoro delle associazioni. Però vorrei fare una precisazione: noi non abbiamo tenuto fuori le associazioni romane. Prima che WHAD partisse abbiamo chiesto in giro se qualcuno non pensava che sarebbe stato il caso di muoversi in massa, dato quel che stava accadendo. La risposta è stata deludente: chi non se la sentiva di organizzare qualcosa perché "ci sarebbe stata poca gente per via delle vacanze", chi preferiva aspettare la "manifestazione del 10 ottobre", chi non ha proprio risposto. Qualcuno avrà anche valutato soddisfacenti le proposte del Comune e delle istituzioni come il tavolo delle associazioni o gli interventi con telecamere e polizia. Da parte nostra, come cittadine e cittadini, non ci siamo accontentati e abbiamo pensato di fare comunque qualcosa, chiarendo che ponevamo un’unica condizione alla partecipazione di associazioni e partiti: non presentarsi con bandiere e simboli considerato che erano stati sordi al giro di consultazione preventiva. Quindi, non abbiamo tenuto fuori associazioni e partiti, ma semplicemente gli abbiamo chiesto di confondersi con le persone lgbtqi. Qualcuno ha capito ed è venuto lo stesso, altri no.

Avete avuto il sentore di dare ‘fastidio’ all’interno delle stesse associazioni? D’altronde possiamo dire che le stavate prendendo a picconate, fiaccolata dopo fiaccolata.

Un’immagine un po’ forte. La proposta di WHAD non è contro qualcuno del mondo lgbtqi, ma per qualcosa. Noi pensiamo che fra la politica, le associazioni e le persone vi sia uno spazio che vada riempito, partendo dalle esigenze delle persone, lavorando sull’ascolto, sulla partecipazione, sulla creatività. Se qualcuno si sente infastidito dalle iniziative di WHAD, piuttosto che prendersela con WHAD e con le persone che hanno dimostrato di poter fare altro, magari potrebbe avviare una riflessione seria sulla rappresentatività e sulla rispondenza di certe altre iniziative alle attese e ai bisogni delle persone lgbtqi che fino ad oggi non si sono fatte coinvolgere.

Queste, tra l’altro, hanno commesso errori così macroscopici in tutti questi anni, tali da giustificare un movimento spontaneo come il vostro? E se sì, dove, come, quando e in quali termini?

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Beh, se consideriamo che vi sono state reazioni in decine di città italiane, non possiamo che constatare che evidentemente il bisogno c’era. Non credo però di dover essere io ad indicare al mondo delle associazioni quali siano gli errori che sono stati compiuti. Credo sarebbe più utile se esse si aprissero, cercassero il dialogo con i loro soci e con il territorio. Scoprirebbero in breve che cosa c’è che non va. Purtroppo, spesso accade che si perde questo tipo di rapporto e che le istanze esterne vengano prese più come dei fastidi che dei segnali di cambiamento.

Dopo 5 MicroPride, che hanno visto livelli di partecipazione altalenanti, siete passati dal Flashmob alla passeggiata ecologica, per poi abbandonare ogni tipo di iniziativa. Tutto questo per chiarirvi le idee, progettarne di nuove o più semplicemente perché consapevoli di aver perso l’interesse dei romani, stanchi di scendere in strada ogni settimana per proteste obiettivamente talmente pacifiste e politically correct da non portare a nulla di concreto?

Non è facile stare dietro a tutto quello che abbiamo proposto, neanche per noi. Considera che tutto si deve incastrare con la vita di tutti i giorni. Mettici anche che la stagione va peggiorando e che è difficile programmare iniziative all’aperto. Questo non ci scoraggia, ma ci impone una riduzione dei ritmi. Questo non vuol dire, però che abbiamo intenzione di fermarci. Se le energie ci supporteranno e ci sarà anche il consenso e la partecipazione, abbiamo intenzione di accelerare in vista del tempo buono. Ci prendiamo questo tempo per riflettere (e ti assicuro che lo facciamo tantissimo) e per programmare. E nel frattempo facciamo cose più piccole, ma non meno importanti o efficaci. Nell’ultima iniziativa, ci siamo visti per un aperitivo e poi abbiamo usato un teatro per fare un’assemblea aperta. Una partecipazione di oltre 70 persone, che hanno ascoltato attente ed appassionate la testimonianza di alcune persone transgender che hanno fatto vivere pubblicamente i loro problemi e le condizioni di vita di chi, sfruttata, è costretta a prostituirsi. Direi che si tratta di argomenti di una certa rilevanza, no?

Assolutamente. Ma dimmi Guido, sei ancora convinto, a 100 giorni dall’attacco di Svastichella fuori dal Gay Village, che Roma effettivamente viva un triste momento di ‘allarme omofobia’? E se sì, credi che le istituzioni stiano davvero facendo di tutto per sconfiggerlo?

Le istituzioni sono al palo. La campagna contro l’omofobia del ministero delle pari opportunità è decisamente un flop, sopratutto se paragonata a quanto sono capaci di fare all’estero con dei video autoprodotti. Gli interventi nelle scuole idem. Pur senza sconfinare nella violenza, Roma, come centinaia di altre città italiane, era ed è rimasta una città omofoba, se non altro perché ospita sul suo territorio uno stato straniero che non perde occasione di lanciare i suoi strali contro omosessuali, donne e transgender alimentando una barbarie contro la quale politica e stato sono del tutto silenti, vergognosamente.

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Tornando alle associazioni glbtiq della capitale, pensi che arriveremo ad un giorno in cui remeranno tutte realmente verso lo stesso identico obiettivo?

In realtà lo fanno già, ciascuna interpretando il proprio ruolo a suo modo. Mi domando se però questo sia efficace, visti i risultati. L’ipotesi di convergenza non è plausibile, dato che i protagonisti, vuoi o non vuoi sono sempre gli stessi. D’altra parte, se non si fissano appuntamenti cadenzati per discutere degli obiettivi da raggiungere e dei progressi raggiunti, non ci sarà mai la possibilità di mettere seriamente in discussione la questione, che, come ovvio, rimane del tutto irrisolta, forse irrisolvibile.

Su questo punto, inviterei a fare una riflessione profonda sul senso della rappresentanza. Vorrei però escludere da questo discorso le associazioni romane che raggruppano soci lgbtqi che hanno un interesse specifico e che fanno un ottimo lavoro di rappresentanza e di aggregazione (Famiglie Arcobaleno, associazioni sportive, ecc.). Rispetto alle associazioni romane più “politiche” (Arcigay, Arcilesbica, Mario Mieli, DGP, ecc.) si pone un serio problema di rappresentatività e di rapporto con la comunità lgbtqi. Un problema che parte principalmente dai numeri. All’ultimo congresso di Arcigay Roma, per fare un esempio, su oltre 10.000 iscritti nella provincia erano presenti non più di 200 soci, e il Presidente nazionale disse che era un congresso molto partecipato. Sempre per esemplificare, alle ultime due elezioni del Mario Mieli, su poco meno di 300 iscritti, erano presenti 60-80 persone. E si potrebbe continuare.

Tornando a noi, torneremo a vedere e a toccare con mano iniziative firmate We Have a Dream?

Come dicevo prima, direi proprio di si. Ci stiamo lavorando e come al solito saranno diffuse attraverso facebook e il sito wehaveadream.eu

E con quali concreti obiettivi?

Gli obiettivi non cambiano, così come rimarremo fedeli al nostro "stile" delle 4C, coinvolgere, fare comunità, riappropriarci della città, sfruttare la connessione di Internet.

In conclusione, Guido, sei fiducioso per il futuro glbtiq di Roma?

A titolo assolutamente personale, posso dire che se fossi uno che non ha speranze e sogni, e se così fossero le persone che da anni tentano di tenere accesa la fiaccola dei diritti e delle rivendicazioni lgbtqi, non ci sarebbe gente che si dedica a questo impegno con la passione che vedo rifiorire. Certo, mi piacerebbe che si arrivasse ad una maggiore coesione e spero che la funzione di provocazione e di stimolo che esercita WHAD sia in grado di spingere in questa direzione. Ne riparleremo tra qualche anno, magari in un libro di memorie!

di Federico Boni