A cannes vince la Thailandia, Queer Palm a “Kaboom” di Araki

Palma d’Oro a un magico racconto thailandese di spiriti e fantasmi, “Lo zio Boonmee”. Germano miglior attore ex-aequo con Bardem. Il premio gay va alla commedia multigender “Kaboom” di Gregg Araki.

Per essere Cannes fa quasi tenerezza. Il palco è una predella – in velluto rosso, sia ben inteso – di un metro per due in fondo allo storico bar gay Zanzibar di rue Félix Faure, colmo all’inverosimile di addetti ai lavori, telecamere, metrosexual modaioli e occhialuti alla Xavier Dolan. Siamo alla premiazione della prima Queer Palm, il premio glbt off e trasversale nato per iniziativa di un caparbio giornalista freelance, Franck Finance-Madureira. Gli otto giuristi assiepati annunciano il vincitore ed è un boato di applausi: il primo premio gay della storia del festival di Cannes va alla liberatoria commedia Kaboom di Gregg Araki, bomba multigender che è stato uno dei casi di quest’anno e ha fatto fare code infinite a giovani e giovanissimi anche a tarda notte. Una miscela pop davvero esplosiva di teen comedy in acido, horror trash, fantapolitica thriller, stregoneria lesbo e via dicendo. «Un film con molta energia, un grande senso del divertimento e un delizioso e portentoso inno alla libertà sessuale» spiega Brian Robinson del British Film Institute, uno dei giurati. «L’omosessualità è una parte intrinseca della storia ma non è mai problematica. Altri film ‘forti’ erano il documentario ‘Cuchillo de Palo’ e ‘Les amours imaginaires’. Il primo Teddy Award era una discussione informale in una libreria: sono sicuro che la Queer Palm crescerà a livello organizzativo in un festival complesso e strutturato come Cannes. Ci siamo molto divertiti e siamo contenti per il premio».

Il Palmarès ufficiale di una delle edizioni meno memorabili degli ultimi anni ha scelto il meno peggio: si aggiudica la Palma d’Oro un magico racconto bucolico thailandese di spiriti e fantasmi, Lo zio Boonmee che si ricorda delle sue vite precedenti di Apitchatpong Weerasethakul, autore del cult gay d’autore Tropical Malady vincitore anche di un Togay. Senza essere ostico come in quest’ultimo pur presentando affascinanti elementi visivi di difficile decrittazione, Weerasethakul immerge lo spettatore nell’ipnotica storia dell’apicoltore Boonmee, morente per una malattia renale, che si vede comparire al desco lo spirito della moglie defunta e il figlio reincarnato in uno scimmione in stile Chewbecca ma con pupillone rosse. Si recherà in una grotta-utero dove trascorrere le ultime ore della sua vita pronta a prendere una nuova forma. Una fantasticheria animista sorprendente e un po’ old fashion, sicuramente nelle corde del presidente di giuria, Tim Burton, «il film che più mi ha stupito e ci ha stupito», come ha dichiarato in conferenza stampa. Il Grand Prix va al significativo Des hommes et des dieux di Xavier Beauvois, i cui diritti per l’Italia sono stati acquistati da Lucky Red, sui monaci trappisti massacrati durante la Guerra d’Algeria, mentre il Premio della Giuria al primitivo L’homme qui crie di Mahamat Saleh-Haroun è più che altro un incoraggiamento alla cinematografia africana e alle sue difficoltà produttive. La migliore sceneggiatura si è rivelata l’articolato script dell’intenso Poetry di Lee Chang-Dong che vanta la scena di sesso più estrema del concorso, un’accoppiata terminale tra l’anziana protagonista malata di Alzheimer e un paralitico "incoraggiato" dal Viagra. Miglior regista il francese Mathieu Amalric per la commedia sexy-burlesque Tournée.

Il nostro Elio Germano, bravo, indubbiamente l’anima pulsante dell’apprezzabile dramma proletario La nostra vita di Luchetti che ha però qualche problema di scrittura e un finale buonista, ha diviso la Palma come miglior attore col gigante Bardem (ma solo in Biutiful, nella realtà è piuttosto bassino) dedicando il premio «all’Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere il Paese migliore nonostante la loro classe dirigente». La miglior attrice è Juliette Binoche per l’intellettualoide Copie conforme di Abbas Kiarostami, girato in una Toscana stereotipata e meramente scenografica. Ingiusto, infine, trascurare uno dei migliori titoli della competizione, il toccante e amarissimo Another Year di Mike Leigh sulla solitudine di una segretaria dal bicchiere facile, Mary (una strepitosa Lesley Manville, lei sì da premio) che diventa quasi invadente nei confronti di una coppia di amici dai bizzarri nomi di Tom e Gerri, un geologo e una psicologa (i misuratissimi Jim Broadbent e Ruth Sheen). Ha chiuso il festival un discreto dramma australiano, edificante, malinconico e con panorami naturali mozzafiato, The tree di Julie Bertuccelli con un’ottima Charlotte Gainsbourg in versione post-Antichrist alle prese con l’elaborazione del lutto per la morte improvvisa del marito, anziché del figlio, e un immenso albero che con le sue radici minaccia la sua casa dalle fondamenta ma la figlioletta non vuole abbatterlo pensando che sia la reincarnazione del padre.

Si chiude così un’edizione poco riuscita, fiacca e inerte, dal punto di vista gay quasi desertica: dei sette film inseriti nell’elenco ufficiale della Queer Palm, sei lungometraggi e il medio Petit tailleur di Louis Garrel, solo tre si sono rivelati a tematica piena, ossia il vincitore Kaboom, il glam Les amours imaginaires (entrambi, tra l’altro, citano la scala numerata Kinsey per valutare l’orientamento sessuale) e il doc paraguayano Cuchillo de Palo. Saranno corsi e ricorsi – l’anno scorso è stato il più queer della storia di Cannes – oppure, in tempi di crisi, ci si è forse accorti che il cinema gay ha un mercato ridotto e poco appetibile perché ormai inflazionato dopo la cineliberazione glbt? Chissà. Comunque, per dirla con Mike Leigh, anche il cinema queer potrà rifarsi "another year", anzi, "l’année prochaine".

di Roberto Schinardi – da Cannes