A Girl At My Door e Burning Blue: che fascino la divisa, quanta omertà

Poliziotte lesbiche e torturati Top Gun omosessuali all’itinerante Ze Festival francese.

Mentre sabato sera una devastante alluvione si abbatteva sulla Costa Azzurra (il bilancio provvisorio è di diciannove morti e due dispersi, soprattutto a Mandelieu-la-Napoule, Cannes, Biot e Vallauris Golfe-Juan), la comunità cinefila lgbt trovava rifugio nel cinescrigno del cinema Mercury per poi spostarsi il giorno dopo nel centralissimo Pathè Masséna. La salvezza dai maestosi fiumi d’acqua che hanno invaso il Petit Marais, raffinato quartiere gay vicino al porto, mentre le sirene di autoambulanze e polizia squarciavano il rumore sordo della pioggia, è stata rappresentata dall’ultimo weekend nizzardo dell’itinerante (e riuscito) Ze Festival, organizzato dall’associazione Polychromes e giunto alla sua ottava edizione.

È uno dei migliori film orientali lgbt degli ultimi anni, il folgorante A Girl At My Door di July Jung, commovente e incisivo dramma su un insolito caso di presunta pedofilia al femminile: una poliziotta lesbica trasferita in un piccolo centro rurale di pescatori (la star sudcoreana Doona Bae di Air Doll e Mr. Vendetta, straordinaria), viene accusata di aver abusato di una bimbetta che si rifugia periodicamente da lei perché maltrattata dal padre ubriacone. L’omofobia più o meno sotterranea, l’omertà strisciante dell’ambiente lavorativo della poliziotta, i pregiudizi radicati nell’arretrata campagna coreana, lo sfruttamento degli immigrati clandestini, sono descritti con una sensibilità e un pudore davvero ammirevoli che anche nelle scene più scabrose – la violenza fisica sulla ragazzina, gli ambigui contatti nella vasca da bagno – evitano ogni sensazionalismo e morboso compiacimento. E la svolta mistery (viene trovato un cadavere, non vi sveliamo di più) tiene incollato lo spettatore alla sedia ribaltando in continuazione il punto di vista morale della vicenda. Tenendo anche presente che si tratta di un’opera prima – presentata al Certain Regard di Cannes nel 2014, è stato acquistato da Fil Rouge Media – l’esito cinematografico è davvero sorprendente.

Divise e omosessualità anche nell’insipido e un po’ ammiccante Burning Blue di D. M. W. Greer, una sorta di Top Gun in chiave gay che comunque emerge, nel panorama di film indipendenti queer low budget da camera e cucina, per una produzione più sostanziosa con riprese di vere navi da guerra e aerei da combattimento. Il tema, poi, è di bruciante attualità e negli Usa, dove ha avuto una distribuzione significativa nelle sale grazie a Lionsgate, ha generato un dibattito ripreso da New York Times e Huffington Post sul coming out in Marina e nell’Esercito. La famigerata politica dell’Ask Don’t Tell di Bill Clinton, silenzio-assenso imposto agli omosessuali graduati, causò negli States circa 14.000 allontanamenti obbligatori e la legge bavaglio fu abrogata solo il 20 settembre 2011.

La vicenda raccontata in Burning Blue è fittizia ma riconducibile a molti di questi casi: intorno al Duemila due piloti di Marina, Daniel e Matthew (Trent Ford e Rob Mayes), scoprono di essere attratti l’uno dall’altro dopo una galeotta serata in un locale gay di New York dove, in realtà, si trovano a fare sesso con due ragazze ma comprendono che la loro non è una semplice amicizia. Quando Matthew decide di lasciare la sua fidanzata Tammi (Gwynneth Bensen) e fidanzarsi con Daniel, i due ragazzi vengono fotografati da un agente spia mentre si baciano: il processo sarà inevitabile. Fa abbastanza specie vedere come solo pochi anni fa l’omosessualità in divisa fosse vista negli Usa alla stregua di un crimine – da noi vige la completa omertà a riguardo: a quando un bel coming out di un Colonnello o Generale dopo quello coraggioso di Monsignor Charamsa? – e sebbene Burning Blue non brilli per qualità cinematografiche (dialoghi risibili nonostante alcune citazioni colte di Rilke e Whitman, monoespressività degli attori tutti bellissimi, snodi da soap televisiva) sicuramente l’argomento affrontato ha una sua importanza civil-politica da non sottovalutare.Magico momento seduttivo lo schiocco di dita che fa accendere le luci dell’Empire State Building. Burning Blue non ha ancora una distribuzione italiana.

Abbiamo visto anche un curioso documentario francese, Parole de King! di Chriss Lag sulfenomeno da cabaret dei drag kings (donne biologiche che si travestono da uomini). Attraverso incontri e interviste con ben ventidue kings attraverso tutta la Francia – tra cui la celebre Louis(e) de Ville che ha tenuto a Nizza un atelier e una serata Kabaret Kings – si analizzano i profondità i meccanismi psicologici che stanno alla base della messa in discussione dei codici della mascolinità, i vari outfit scelti nelle rappresentazioni degli spettacoli (dallo scout barbuto al cowboy coi baffi), i laboratori collettivi con specifiche lezioni da King con consigli per rendere i movimenti meno sinuosi e più meccanici.In una scena significativa, Louis de Ville riscopre un rito virile dimenticato persino dai maschi contemporanei, la rasatura dal barbiere, simbolo di una mascolinità antica che ha lasciato il posto a un’immagine più metrosexual dell’uomo, spesso non così distante da quella del king sul palco.

Nella passabile commedia americana Boy Meet Girl di Eric Schaeffer fa davvero luce la splendida protagonista Michelle Handley nel ruolo di un’affascinante e disinvolta transessuale non operata e attiva sessualmente, Rickie, impiegata in una caffetteria ma col sogno di diventare stilista di moda. Siamo in un piccolo paesino agricolo del Kentucky dove i transessuali vengono ancora visti come alieni. Quando Michelle conosce la bella Rebecca, fidanzata con un militare in missione piuttosto omofobo, sboccerà un sentimento che manderà in crisi la relazione di Rebecca. Il carisma magnetico della Handley, realmente trans nella vita, come Daniela Vega di La Visita, rende credibili tutte le sbandate di testa, maschili e femminili, che si susseguono in questa discreta romantic comedy, ideale per un pubblico teen, col più coraggioso full frontal trans che si ricordi nel cinema queer: la magnifica Michelle, completamente nuda, emerge di sera dalle acque del lago davanti al suo adorato amico d’infanzia Robby (Michael Welch di Twilight).

Ruota invece intorno al tema del coming out la fresca commedia corale brasiliana Boys in Brazil di Alexandre Carvalho, incorniciata da due colorate scene ambientate durante il vitale e affollatissimo Gay Pride di San Paolo. Un gruppo di omosessuali non dichiarati si trova a dover gestire menzogne e doppie vite per paura delle ripercussioni di un coming out che sarebbe invece liberatorio: c’è il nipote col sogno di fare la drag queen oppresso dai genitori iperreligiosi, lo zio timoroso di rivelarsi al boss francese e innamorato di un bisex con moglie e figlio in arrivo, il ragazzino infatuato del compagno di scuola. Anche se alcuni coming out sarebbero perfettamente superflui – il nipote è talmente effemminato che ogni dichiarazione sarebbe lapalissiana, il capo dello zio è gay e sposato con un uomo! – Boys in Brazil ispira una certa grazia e si lascia vedere con piacere.

Invecchia bene, infine, un cult inglese del 1987, Prick Up Your Ears di Stephen Frears, gran biopic piuttosto ironico nonostante la tragedia di fondo: l’omicidio a colpi di martello avvenuto nel 1967 del drammaturgo teatrale Joe Orton da parte dell’amante convivente Kenneth Hallywell, frustrato per i continui tradimenti e per il suo lavoro mai riconosciuto come autore a quattro mani delle pièces noir teatrali firmate da Orton. Magnifiche interpretazioni di Gary Oldman e Alfred Molina, nei rispettivi panni dell’irrefrenabilmente promiscuo Joe e del frustratissimo Ken. Allora fecero scandalo le varie scene di cruising ambientate nei gabinetti pubblici londinesi, adesso fanno quasi sorridere. Indimenticabile la sublime Vanessa Redgrave nei panni dell’amica e agente letterario Peggy Ramsay che trova sul luogo del delitto il diario di Orton in cui descriveva minuziosamente le sue conquiste sessuali. Da recuperare assolutamente.

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