Addio 2009, l’anno magico del cinema lgbt

Ripercorriamo 365 memorabili per la settima arte queer: dai trionfi all’Oscar di ‘Milk’ al successo di ‘A Single Man’ passando per un’edizione di Cannes ultragay. Ma il cinema gay dove sta andando?

È stato davvero un anno magico per il cinema glbt, il 2009. Non tanto per la quantità di opere gay che si sono viste sui nostri schermi – indubbiamente la produzione cinequeer è stata prolifica, ma non è questa la vera novità – quanto piuttosto perché finalmente diversi titoli d’autore si sono imposti per qualità e stile nei più importanti festival internazionali, anche quelli non specializzati. Già alla cerimonia degli Oscar del 22 febbraio, il primo forte segnale l’ha dato un film chiave diventato in pochi mesi un titolo di culto, il biografico “Milk” di Gus Van Sant, con due Oscar ‘pesanti’ (miglior attore allo straordinario Sean Penn e sceneggiatura alla rivelazione Dustin Dance Black).

Indubbiamente il più importante film politico gay del decennio, in grado di conciliare le esigenze autoriali con un cinema più mainstream destinato al grande pubblico, attraverso una ricostruzione meticolosa ma non didascalica di vita e carriera di Harvey Milk, una figura emblematica del movimento gay internazionale, assolutamente attuale nel suo messaggio di sprone a mantenere vivo l’impegno militante in un periodo in cui le minacce sociali antigay, soprattutto nel nostro Paese, sono quanto mai aggressive e violente.

Un altro messaggio positivo l’ha dato il Togay di aprile, una delle migliori edizioni degli ultimi anni, in cui è emersa la rivelazione hongkonghese Kit Hung col suo lirico “Soundless Wind Chime” ma si è imposto anche il belga Joachim Lafosse e il suo provocatorio "Elève libre" sul tema pedofilia (peccato che non sia stato distribuito, ma in effetti temevamo che fosse troppo audace per il pubblico generalista italiano).

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Il trend positivo è stato confermato anche a Cannes: la 62esima edizione si è rivelata la più gay dell’intera storia del festival. Ma in realtà le sorprese non sono arrivate dai film glbt dei grandi autori – Almodóvar e Ang Lee sono stati piuttosto deludenti – quanto piuttosto dal vivaio di giovani registi poco noti: la Palma d’Oro per la migliore sceneggiatura al fiammeggiante melò gay "Spring Fever" di Lou Ye ma anche l’amore estremo tra ebrei ortodossi nel commovente "Eyes Wide Open" di Haim Tabakman o le scorribande ridanciane di Jim Carrey e Ewan McGregor detenuti innamorati nell’esilarante “I love you Phillip Morris”.

Anche il valido Migay a giugno ha segnato una tappa importante, sottolineando soprattutto il discrimine sempre più labile tra prodotto televisivo e cinematografico premiando la saga tv “Sa raison d’être”.

Ma il vero colpaccio è arrivato con la tripletta di riconoscimenti a Venezia, Roma e Torino: dal Queer Lion con Coppa Volpi al vero film gay dell’anno, lo straziante “A Single Man” di Tom Ford che deve la sua forza soprattutto a un supremo Colin Firth (ma al Lido si sono viste altre pellicole gay interessanti come “Persécution” di Chéreau e “Domaine” con Béatrice Dalle), per passare al trionfatore del Festival di Roma, il dramma danese “Broderskab” di Nicolo Donato su un amore omo sbocciato tra due neonazisti, con una chiusa perfetta: il miglior film del Torino Film Festival si è rivelato il poetico "La bocca del lupo" di Pietro Marcello su un’altra passione queer, quella struggente tra un ex carcerato e un’amorevole transessuale.

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Un’altra tendenza riscontrata nei film glbt del 2009 è la sessualità sempre più fluttuante dei protagonisti, a dimostrazione che il genere gay sta modificando intrinsecamente la propria identità aprendosi alle varianti trans (come ha testimoniato l’interessante festival internazionale bolognese “Gender Bender”) e contaminandosi con elementi così diversi fra loro da rendere la peculiarità sessuale quasi secondaria. Dopotutto, più che queer o non queer, l’importante è che si tratti, sempre e comunque, di buon cinema