“Alice in Wonderland” diventa gotica e gender per Tim Burton

La nuova versione 3D del classico di Carroll ha vari personaggi che flirtano col concetto di gender. Johnny Depp è un Cappellaio Matto dandy e malinconico. Troppi effetti speciali tolgono però magia.

Ha un’anima piuttosto gotica ma anche gender, la nuova versione firmata Tim Burton del classico di Lewis Carroll Alice in Wonderland, settima collaborazione del regista di Burbank col suo fidato Johnny Depp e prima pellicola in 3D della sua carriera. Nel primo giorno di programmazione in Italia ha già segnato un incasso record per un film Disney: 1.4 milioni di euro.

Alice (Mia Wasikowska, curiosamente simile alla Gwyneth Paltrow di dieci anni fa) non è più una bambina, ha 19 anni, vive a Londra ed è promessa sposa a un nobile bruttone e dentuto con problemi digestivi. Durante un noioso ricevimento in cui dovrebbe fidanzarsi pubblicamente, vede nuovamente il coniglio con panciotto tra le siepi di bosso e ripiomba attraverso il buco della sua tana nel Paese delle Meraviglie di cui non ha più memoria, pur essendo turbata da un sogno ricorrente.

Rincontrerà tutta la bizzarra fauna di Sottomondo che nel frattempo ha subito vari cambiamenti: il Cappellaio Matto (Johnny Depp, perfetta maschera burtoniana) è diventato un dandy allucinato e malinconico, preoccupato della guerra tra la malvagia Iracondia, la Regina Rossa dalla testa enorme che fa decapitare chiunque non le stia a genio e si diverte a giocare a croquet usando ricci vivi come palla – una strepitosa Helena Bonham Carter, buffamente truccata e deformata in digitale, ispirata alla Regina di Cuori ma soprattutto alla Regina Rossa degli scacchi di Attraverso lo specchio – e la virginale e invidiata sorella Mirana, la Regina Bianca (Anne Hathaway molto affettata), di cui la "capocciona maledetta" dice: «Da lei sono attratti uomini, donne e persino la mobilia!».

Ti suggeriamo anche  Al cinema La battaglia dei sessi: il tennis è donna!

Ecco comparire anche il Brucaliffo, mollaccione fumatore dal destino gender – diventerà una splendida farfalla colorata – i due gemelli sferici Pinco Panco e Panco Pinco regrediti a un’infanzia perenne (interpretati dallo stesso attore gay, il geniale Matt Lucas di Little Britain), uno Stregatto svaporante e lezioso, il temuto drago Ciciarampa, il minaccioso e artigliato Grafobrancio, il segugio parlante Bayard e molti altri. Ma la svolta realmente gender è quella della protagonista, perché Alice si travestirà nientemeno che da paladino con tanto di spada magica per difendere le sorti dell’esercito della Regina Bianca.

La sensibilità di Tim Burton nel tratteggiare outsider eccentrici e sofferenti per la loro diversità ma riscattati dal potere dell’immaginazione e della fantasia resta però relegata a due soli personaggi, il Cappellaio Matto e la Regina Rossa, mentre gli altri sono piuttosto funzionali a una trama fantasy nell’ambito della convenzionalità (la ricerca di una spada e la battaglia finale, in sintesi). Non dimentichiamo che si tratta di un prodotto Disney e questo ha probabilmente frenato lo spirito creativo del regista – persino i castelli delle regine assomigliano a quello del celebre parco a tema – dando vita a un rimpasto di La storia infinita e Le cronache di Narnia più che trarre linfa immaginifica ispirandosi all’enigmatica ironia nonsense di Carroll che permane nell’acrobatico linguaggio di Sottomondo farcito di improbabili neologismi.

Anche l’eccesso di effetti speciali conferisce una patina di eccessiva artificiosità al tutto – l’effetto tridimensionale, tra l’altro, non sorprende molto e in varie scene non è nemmeno percepibile (è stato aggiunto in postproduzione, e si vede) – facendo rimpiangere un po’ l’artigianale semplicità dei poetici Edward mani di forbice o Ed wood. C’era meno tecnica ma indubbiamente più meraviglia, magica e spontanea.