Ambra madrina al Togay: “Io baraccona dentro, farei la drag al cinema”

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Stasera l’icona maxima al festival torinese che apre col venezuelano “Azul y no tan rosa”.

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Non è la pupa ‘bonerrima’ da rivista di gossip. Non è l’ocona decorativa da trashata televisiva. Non è l’arrivista intellò-chic da salotto glam o aula parlamentare. È Ambra Angiolini, icona maxima, l’Angiolini Jelly, ossia caramellosa, di noi gay, Ambra capace di difendere l’onore delle ‘lelle’ chiamando il suo avvocato quando un giornale spettegola su di lei e il suo ufficio stampa Valentina al sole di Tavolara perché “era un articolo molto morboso e hanno usato la parola lesbica come un insulto”, la Roberta più umana dell’umano con gli occhi lucidi e da lucciconi quando, in “Saturno Contro”, dice a Paolo, alias Michelangelo Tommaso, “Tu vorresti essere come me?”. Tutti vorremmo essere con lei o come lei, soprattutto noi della generazione berlusconiana di quell’imprescindibile e a suo modo ‘formativo’ successo tv che fu lo sbaragliante “Non è la Rai”: di successo precoce, intelligente, bella naturale senza strafare (e senza additivi), amica da canzone mattutina e occhi stropicciati (sì, noi “Ti apparteniamo”, cara Ambra), sposata a quel maschio da paura che è un concentrato di virilità piratesca e voce conturbante, proprio lui, Francesco Renga. Ma soprattutto, e questa è la cosa più difficile, dannatamente simpatica. Ambra è così, semplice e spontanea, e dopo averci regalato mezz’ora intensa di conversazione telefonica ci sembra di conoscerla da una vita. E ci fa sorridere. Eccola, la madrina fatata del 29esimo Togay che stasera aprirà le cinedanze al Massimo, sette anni dopo averlo fatto al Festival di Venezia. Apparirà magicamente dopo le note vellutate della suadente arpa accarezzata dalla torinese Cecilia Lasagno e presenterà il dramma venezuelano d’apertura “Azul y no tan rosa” (“Azzurro e non tanto rosa”) di Miguel Ferrari.

Per noi gay sei un’icona maxima. Ma perché, secondo te?

Se il termine icona è nato per caso poi me lo sono guadagnato e meritato ampiamente. Ne sono molto gelosa. Ho collaborato per un sacco di iniziative, sfilavo per le parate gay quando non fregava a nessuno né era di moda. Per anni sono stata al Mario Mieli col gruppone delle arrabbiate tra cui Imma Battaglia. Siamo andati negli ospedali a rivendicare i diritti lgbt. Era un’età in cui la voglia di rivalsa era notevole e l’energia pure: ne avevamo tanta, mi sono beccata insulti di tutti i generi.

Adesso hai addirittura raggiunto la dimensione del mito: a Torino c’è una drag queen di nome Ambra Nata.

Ne incontro veramente tante di drag, in tutta Italia… Mi è capitato di vedere i miei alter ego, da Milano a Bologna.

Ai tempi di Saturno Contro, il nostro amato Ferzan Ozpetek mi disse: “Adoro la fragilità di Ambra: una persona così bella che si sente brutta”. Ti senti ancora brutta o no?

Ferzan ha fatto un lavoro su di me per valorizzare queste fragilità e non tenerle dentro. Mi sento ancora brutta, sì, ma è anche un modo di essere, non solo di sentire. Non è per catturare complimenti: come tutte le complessate mi tengo ben stretti i miei complessi e più mi dicono il contrario e più si nutrono le mie insicurezze.

Ma il ruolo di Roberta ti è servito a scoprire lati tuoi, dell’Ambra che non conoscevi? Esprimi una malinconia vissuta, profondamente radicata nella tua espressività, uno dei più belli del cinema di Ozpetek.

È vero ma era già bello per come era scritto, ho capito subito che avevo una bella opportunità… La malinconia è una compagna interessante: se la combatti prima dei trent’anni può essere un valore aggiunto per chi la capisce. Ferzan è uno di quelli che l’ha vista prima: io avevo 26 anni quando ho iniziato a lavorare con lui. A lui piaceva questa cosa e io ero incuriosita dal fatto che gli piacessero questi aspetti che io tentavo di nascondere da sempre.

Soprattutto noi della generazione di “Non è la Rai” ti abbiamo scoperta come intrattenitrice ma soprattutto come cantante. Com’è nata la canzone gay “Luca e Stella” del cd InCanto, quanto c’è di tuo in quel pezzo?

In quel periodo ero abbastanza ‘trans’: transitavo in vari generi e modi di essere, sentire e vivere. Non sapevo neanche io che cosa stessi diventando. Tentavo di fermare l’attimo nello strascico di quell’exploit che poi non era un lavoro scelto da me, mi era capitato. Stavo ancora facendo ricerca. Nel periodo di “Luca e Stella”, grazie alla comunità gay, riuscivo a rimanere in piedi nonostante il cambiamento professionale: la televisione per me si stava addormentando piano piano. Io seguivo già altre cose e “Luca e Stella” è la canzone che per me rappresentava il mondo del Mario Mieli, l’aver conosciuto Vladimir Luxuria, essere andati oltre quello che della comunità omosessuale tutti vivono dalle televisioni e dalle informazioni che arrivano sempre un po’ distorte. Ho conosciuto persone che sono amici storici, molto più equilibrati di me, altro che perversione. Per me rappresentano l’amore, non la botta e via. “Luca e Stella” rappresentava quel divertimento, quella sofferenza, quel voler essere qualcosa che ancora non si è, e sicuramente non per la società.

Sei un’icona molto particolare: non sei eccessiva, senza piume né paillettes. Vediamo forse riflessi in Ambra noi stessi e non il sogno di noi stessi?

Non ho bisogno di essere baraccona fuori, lo sono dentro! In realtà sono eccessiva, una matta, rido in maniera rumorosa, gesticolo.

È un po’ quel “look plouc”, come si dice in Francia, tra il tamarro e il burino, che però riscontriamo soprattutto in tuo marito: ci piace da morire, non è distante dal camp.

Mio marito è un po’ tamarro! È fuori quello che io non riesco a essere all’esterno ma che ho dentro. Lui sotto sotto è molto noioso ma poi mostra bracciali, catene, camicie aperte… Ha conquistato una parte di pubblico che prima non aveva. Francesco spazia dalla signora che guarda RaiUno alle cinque del pomeriggio fino agli amici bear. Noi ridiamo molto, la maggior parte dei miei amici sono omosessuali.

Non è geloso dell’adorazione di queste masse di gay? Adesso poi è tutto più mescolato e gender, con le frotte di bisex che ci sono.

Non ci preoccupiamo, abbiamo già attraversato i vari Inferni e siamo abbastanza sereni! Il Carnevale che si fa fuori è talmente divertente che a un certo punto ti devi guardare in faccia e sapere quali sono le certezze.

Avete due bambini, Leonardo e Iolanda: sei favorevole all’adozione per i gay?

L’adozione ha molto a che fare col buon senso, non tanto se si è etero o gay. Il problema è della società non pronta: con tutte le pratiche burocratiche che ci sono la vedo durissima per le coppie omosessuali.

Il tuo ultimo film è la commedia “Ti ricordi di me?” diretta da Rolando Ravello. Che esperienza è stata?

“Ti ricordi di me?” arriva da un duro lavoro teatrale di tre anni, dovrebbe uscire all’estero dove ha suscitato molta curiosità. Sono due personaggi ai margini pieni di patologie e complessi, si curano dall’analista: io ci sono stata per un paio d’anni, la psicanalisi è un’esperienza molto interessante. È la storia di due persone libere dall’ossessione di essere giuste.

Se ti proponessero un ruolo nel cinema gay, che cosa ti piacerebbe interpretare?

La lesbica l’ho già fatta in “Tutti al mare”, opera prima di Matteo Cerami, figlio di Vincenzo. Era un ruolo piccolo, una hostess omosessuale molto femminile. Mi piacerebbe fare la banchiera di giorno e la travestita di notte, una drag queen!

Ma che madrina sarà Ambra?

Non devo fare niente, non so perché mi hanno chiamata, nessuno mi ha avvisato! Vengo volentieri perché il Festival mi piace. Farò quello che fanno tutte: presenza.

Qual è il tuo film gay preferito?

“Saturno Contro” e tutti i film di Almodóvar.

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