“Amore carne” e “Sal”, ultimi “orizzonti” cine-sperimentali

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Presentati alla Mostra di Venezia due film indipendenti dal linguaggio cinematografico non convenzionale: il videodiario di Pippo Delbono e il biopic "Sal" diretto da James Franco.

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Tradizionale fucina di nuovi talenti e sperimentazioni anche ardite del linguaggio cinematografico, la sezione "Orizzonti" della Mostra di Venezia ha ospitato la presentazione di due film molto diversi tra loro ma accomunati da un tentativo di innovazione che cerca di andare oltre le tradizionali codificazioni a cui ci ha abituato il grande schermo: la produzione italiana "Amore carne" di Pippo Delbono e l’americano "Sal" firmato dal prolifico e virtuosamente eclettico James Franco.

Per chi non lo conoscesse, Pippo Delbono è un interessante regista teatrale ligure, anche attore (lo ricorderete nel ruolo del capofamiglia in "Io sono l’amore"), ballerino e videoartista, cantore del mondo marginalizzato degli afflitti attraverso messe in scena stilizzate e minimaliste vagamente brechtiane.

Realizzato interamente con un cellulare e una camera digitale, lo sperimentale "Amore carne", applaudito in Sala Perla, è un videodiario intimo in cui Delbono cerca di restituire istantanee di vita le più varie con la consueta passionalità crepuscolare che lo contraddistingue, mettendosi a nudo e raccontandosi senza filtri nel tentativo di ricostruire una biografia per immagini fatta di incontri e suggestioni visive e sonore: la struggente visita alla madre che non sa della sua sieropositività; l’ennesimo test di cui conosce già l’esito ("Ho avuto qualche comportamento a rischio, non tanti, però… Sa com’è di questi tempi…"); le parole di Irène Jacob e i silenzi del suo attore feticcio, il sordomuto Bobò, e di Marisa Berenson; i passi sinuosi e felpati di Marie-Agnès Gillot, étoile dell’Opéra di Parigi; i poetici versi di Pasolini, Rimbaud, Eliot; la cornice dedicata al modello supremo, l’ineffabile Pina Bausch. 

"Un viaggio tra un’esperienza di morte e un desiderio di vita – spiega il regista. – Un viaggio che ho fatto portando con me un telefonino e una piccola camera, mezzi leggeri che mi hanno permesso di guardare e di essere guardato. Di usare la camera come un movimento degli occhi. Gli occhi che guardano camminando, si fermano, rallentano, cercano, sono insicuri, scoprono. C’è la memoria ancora presente di una carne malata ferita ma c’è anche il mio desiderio di trasformare la ferita in una nuova linfa. C’è il desiderio degli altri, il bisogno degli altri, c’è il mio cercare di cogliere con la camera quegli attimi irripetibili, veri. C’è il desiderio di raccontare attraverso un cinema che non vuole documentare la realtà ma guardarla diventare sogno, poesia. Per cercare quelle linee segrete che uniscono le cose che non capiamo. Per scoprire sceneggiature nascoste, trame nascoste che stanno dietro all’apparente casualità delle cose".

Sperimentazione estrema anche per James Franco, il più gay-friendly tra gli attori/registi etero hollywoodiani, che ha espresso al Lido il desiderio di fare un film su Pasolini (ma sta già lavorando al suo prossimo progetto, un biopic sul poeta gay Hart Crane, autore di "The Broken Tower" e morto suicida a 32 anni). Nell’underground "Sal", basato sulla biografia di Michael Gregg Michaud, Franco ricostruisce quasi in tempo reale, con lunghe scene dai ritmi fortemente dilatati, l’ultimo giorno di vita dell’attore bisex Sal Mineo, divenuto celebre negli anni ’50 per "Gioventù bruciata" e "Il gigante", interpretato dal piuttosto somigliante Val Lauren: con la macchina da presa costantemente indugiante sul corpo del protagonista, il regista descrive gli allenamenti in piscina e in palestra, i massaggi terapeutici, le telefonate con vip quali Cher e Paul Newman, le prove teatrali della sua pièce "P.S. Ti è morto il gatto".

Della misteriosa morte per accoltellamento davanti al garage di casa (Mineo aveva solo 37 anni) non si cerca una motivazione: "Da giovane Sal ebbe un successo incredibile, sia come attore, sia come cantante – ha spiegato Franco -. Ma dai vent’anni in poi, per motivi in parte indipendenti da lui, perse la stima di cui aveva goduto all’inizio della carriera. Visse cioè la tragedia comune a tanti artisti, totalmente dedicati al proprio lavoro ma senza sbocchi. Ma fino all’ultimo Sal si battè per la libertà d’espressione, sforzandosi di trovare il modo per creare opere innovative e interessanti. I giornali scandalistici riportarono la sua uccisione lasciando intendere, senza alcuna prova, che si fosse trattato di una faccenda di droga, o che l’assassino fosse un amante. Da allora il ricordo di Sal è stato macchiato da queste congetture in malafede. Questo film è il ritratto di un artista gentile e sensibile nelle sue ultime ore di vita".

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