“Amore Carne”, poesia e desiderio nel videodiario di Delbono

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Esce a Milano e Roma il film dell’eclettico artista ligure girato con uno smartphone e una camera a mano: viaggi e ricordi con Marisa Berenson, Tilda Swinton e...

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Irrefrenabile, Pippo Delbono. Il poliedrico artista varazzese è in vulcanica attività artistica: l’abbiamo visto a Cannes nelle vesti talari dell’eccentrico prete che arriva in chiesa col trolley nella curiosa autofiction sull’orlo di una crisi di nervi “Un château en Italie” diretto da Valeria Bruni Tedeschi e contemporaneamente era protagonista alla Quinzaine con “Henri” di Yolande Moreau. Ha già pronto il nuovo spettacolo teatrale “Orchidee” che ha debuttato a maggio e sarà allo Strehler di Milano ad ottobre mentre domani, dopo qualche apparizione a Perugia, Udine e Mantova, esce a Roma e Milano il suo nuovo film, il libero, liberissimo videodiario “Amore Carne” (ma Delbono è anche un avvocato senza scrupoli nel noir “Cha Cha Cha” di Marco Risi e sarà probabilmente a Venezia con “Il Sangue” sull’ex brigatista Giovanni Senzani, suo amico ritrovato).

“Amore Carne” è puro sperimentalismo digitale, a tratti affascinante, più vicino alla videoarte che al cinema: girato con uno smartphone e una piccola camera a mano, raccoglie frammenti di un anno e mezzo di vita e viaggi del regista alla ricerca, inesausta e rabbiosa, di un senso di quelle cicatrici (forse le stesse che il regista ha nell’occhio destro da anni e gli fanno vedere il mondo “come nell’acqua”) lasciate dall’elaborazione del lutto: dalla finestra di un albergo intarsiata dalla parola ‘amour’ in vari colori al tappeto formato da duemila garofani per ricordare, ad Avignone, la sua amica Pina Bausch e lo spettacolo “Nelken” in cui i suoi ballerini danzavano proprio su una distesa di fiori. Dall’amata madre Margherita scomparsa l’anno scorso – il vero ‘cuore’ del film, vitale e palpitante nel suo transfert generazionale di chi ha dato la carne con l’amore – all’armonica danza di Marie-Agnès Gillot, étoile dell’Opéra di Parigi; dall’incontro quasi surreale tra il suo attore feticcio, il tenerissimo sordomuto Bobò (mezzo secolo in manicomio e tre lustri di lavoro con Delbono) e la kubrickiana Marisa Berenson nel teatro dell’Aquila, pochi giorni prima che venisse spazzato via dal terremoto, all’apparizione-civetta di Tilda Swinton fino al campo di concentramento di Birkenau; da un gruppo di anziani a coppie in una balera a una famiglia di peluches semoventi dietro una vetrina; da un pranzo parigino con una desaparecida Irène Jacob a un anziano che racconta le sue confuse memorie davanti alle fonderie Limone di Moncalieri dove sono stati rappresentati alcuni spettacoli di Delbono.

Tasselli di esistenza in libera associazione, accompagnati dagli splendidi violini di Alexander Balanescu e Laurie Anderson, alla ricerca della poesia come ragione di vita – non solo Rimbaud e Pasolini – per combattere “l’ombra oscura” di morte, sparizione e annichilimento onnipresente. In alcuni momenti si raggiungono effetti di alto lirismo – i primi piani dei ciechi con cui ha lavorato Sophie Calle ad Istanbul -, in altri l’anarchica ‘caméra stylo’ di Delbono, quella videocamera usata come una penna – o come “un movimento di occhi” come dice lui stesso – che tanto sarebbe piaciuta all’avanguardista francese Astruc (non è un caso che la critica francese abbia esaltato il film) si lascia prendere un po’ troppo la mano rischiando il solipsismo. Ma “Amore Carne” sa sorprendere: non ci si aspetta certo una scena spiazzante da commedia all’italiana come quella del test dell’Aids in cui la burocrazia di firme e consensi rasenta il grottesco. Scopriamo che Delbono cambia i suoi dati perché l’esito di quel test lo conosce già, essendo sieropositivo da ventidue anni: “Convivo con quel mare oscuro, ora nascosto da qualche parte; quel mare oscuro per la colpa di amore, di carne; quel mare oscuro che mi obbliga a prendere delle cose che mi salvano la vita, forse; ma mi aprono gli occhi, all’improvviso, nelle notti, nelle albe, nella stanza, nel letto”.

Un atto intimo di creatività radicale, da benedire in tempi di generale appiattimento del cinema italiano, cinema senza genere e fuori genere, personalissimo, che si può amare oppure odiare ma che esige rispetto. Quando lo sguardo è puro desiderio di vita.

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d'amore Viennese.

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