Andy e Edie: don’t Warhol, be happy!

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Grande revival pop per Andy Warhol: mostre, documentari e il discreto 'Factory Girl' su Edie Sedgwick, la sua musa morta a 28 anni per un cocktail di droga....

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«Anche se Andy Warhol fosse un’isterica checca, odiosa, invidiosa, vendicativa? […] Non cambia niente!» sostiene, a ragione, Achille Bonito Oliva. Per l’esimio critico l’artistar della pop art è «il Raffaello della società di massa americana», capace di sfidare la popolarità hollywoodiana di attori e sportivi, ed è diventato davvero simbolo di rinnovamento creativo, di mecenatismo postmoderno, di genialità gay.

Sì, il leggendario Andy va molto di moda: al Torino Film Festival si è visto l’intrigante Celluloid #1 sulla Factory e il debole pornosoft dal titolo warholiano Viva di Anna Biller ispirato a Russ Meyer, Roma ha ospitato a inizio anno una ricca mostra al Chiostro del Bramante, la stampa va pazza per la pop art e il canale ‘Cult’ sta proponendo a nastro il documentario Andy Warhol, la storia completa. La riprova di questo ‘pop-revival’ è il corretto biopic Factory Girl di George Hickenlooper che è incentrato sulla sua musa Edie Sedgwick, impersonata con sottile abilità interpretativa da Sienna Miller (Stardust).

È una storia tragica, quella di Edith Minturn Sedwick, modella e attrice di famiglia facoltosa, minata da problemi di anoressia fin da piccola dopo un abuso sessuale paterno e ricoverata più volte in ospedali psichiatrici anche per abuso di stupefacenti («I miei mi hanno mandato in manicomio invece che a scuola guida» spiega a due amiche che si sono appena iniettate un cocktail di droghe a un party: «è una festa perpetua»).

Il fratello gay Minty, «un grande imbarazzo per la famiglia» e umiliato costantemente dal padre, morì suicida impiccandosi. Edie conobbe Andy nel gennaio 1965, divennero amici inseparabili, fu da lui diretta in una dozzina di film, ebbe l’onore di conoscere sua mamma: morì a soli 28 anni per un letale intruglio di alcool e farmaci.

«È magnetica, eterea, smarrita e quando muove ogni parte del suo corpo staresti a guardarla per ore, con quegli occhioni intensi e scuri come due tazzine di caffè». Così la definiva Truman Capote.

Nel film di Hickenlooper si descrive la parabola esistenziale di Edie nello stile più classico del biopic lineare (intervista diretta in macchina: nascita, ascesa e morte) con una certa volontà didascalica e un discreto ritmo narrativo, senza colpi d’ala ma anche senza banalità retoriche.

La Sedgwich si innamorò poi di una rockstar (Hayden Christensen, inadeguato) – il riferimento è Bob Dylan che tentò addirittura di bloccare il film in fase di produzione perché si adombra un aborto – ma la delusione amorosa contribuì alla sua discesa nell’abisso della depressione, definita ‘una bestia’ (nel film questa vicenda è un po’ semplificata e il provino fatto al cantante rivela in toto il suo disprezzo per Warhol).

Mediaticamente fu lanciata come una ‘star di Chelsea’ (il Chelsea Hotel, altro polo della Factory) soprattutto perché accompagnatrice di Andy: la celebre foto di lei in posa su una gamba sola fece il giro del mondo e i suoi body attillati furono fonte d’ispirazione per la moda anni ’60.

Il mondo gay della Factory è tratteggiato in maniera un po’ naif – più ‘scheccate’ che creatività queer, insomma – e il bell’attore inglese naturalizzato australiano Guy Pearce (Priscilla, la regina del deserto) interpreta con misura il ruolo di Andy ma fisicamente, con quegli occhiali, non è molto adatto: troppo simile a Magneto degli X-Men, troppo.

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