Aspettando Don’t Worry: i cult movie di Gus Van Sant

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Ripercorriamo la carriera di un gigantesco regista, autore di indimenticati capolavori. Gus Van Sant, dal 29 agosto di nuovo in sala con Don’t Worry.

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Gus Van Sant è uno dei massimi registi contemporanei e il suo cinema stimolante si muove tra classicismo consapevole e sperimentalismo innovativo. Autore inquieto, sensibile, non incasellabile, è il più grande ritrattista di quell’età sfumata fra adolescenza e maturità che da sempre è il cuore pulsante del suo lavoro: già si evince nel fulminante esordio Mala Noche, col suo struggente bianco e nero, vincitore del festival gay di Torino Da Sodoma a Hollywood nel 1988 che lo fece conoscere alla prima platea cinefila ma all’epoca restò inedito in Europa.

Il successivo e bellissimo Drugstore Cowboy, col suo realismo quasi documentaristico eppure a suo modo visionario, lanciò il magnifico Matt Dillon, che rivedremo in autunno nel sorprendente horror The House That Jack Built di Lars Von Trier. L’aura del mito arrivò col primo, indiscutibile capolavoro: Belli e dannati (My Own Private Idaho, 1991). L’odissea quotidiana di due prostituti di Portland, River Phoenix e Keanu Reeves mai così intensi, con alcune scene diventate assolutamente cult (prima fra tutte quella in cui i maschi su alcune copertine di riviste gay prendono vita e si mettono a ballare).

Negli anni Novanta il suo cinema ha un’anima molto beat ma non esplode ancora, interessato più a reimpastare la cultura underground che trovare consenso: Cowgirl il nuovo sesso, Da morire, Psyco rifatto in maniera maniacale inquadratura per inquadratura.

È nei primi anni Duemila che Gus Van Sant viene consacrato autore a tutto tondo per un pubblico più generalista col commovente Finding Forrester – grandissimo Sean Connery scrittore recluso e scoperto da un giovane talento letterario – ma soprattutto col capolavoro assoluto Elephant (2003) che riprende alcuni sperimentalismi del precedente Gerry riuscendo, in soli 80 minuti, a tratteggiare tutto l’orrore di una strage scolastica ispirata a quella di Columbine con uno stile inimitabile che gli valse a Cannes la Palma d’Oro e persino il premio per la miglior regia sottratto a Dogville per il quale sembrava ormai certo.

In seguito Gus alterna esplorazioni in territori nuovamente sperimentali (il criptico Last Days sulla morte di Kurt Cobain, il drammatico Paranoid Park su un giovane skater assassino per caso) per tornare poi a un classicismo lucido e spettacolare col magnifico Milk, otto nominations all’Oscar e due statuette dorate: un mimetico Sean Penn miglior attore e la sceneggiatura di Dustin Lance Black. Si tratta della fiammeggiante ricostruzione dell’attività politica di Harvey Milk (1930-1978), uno dei massimi attivisti lgbt americani, morto assassinato insieme a George Moscone, sindaco di San Francisco, per mano dell’ex consigliere comunale Dan White. Van Sant ai vertici della sua poetica, militante e commovente, regia di gran classe e pathos sincero.

I due film successivi sono di minore impatto (L’amore che resta, Promised Land) mentre l’unico scacco della sua carriera è rappresentato dall’irrisolto La foresta dei sogni con Matthew McConaughey e Naomi Watts, fischiato a Cannes, su un aspirante suicida nella foresta del titolo in Giappone.

Due anni fa intervistammo Gus a Torino, dove aveva presenziato all’inaugurazione dell’interessante mostra Icone alla Mole Antonelliana sulla sua attività di fotografo, curata da Mathieu Orléan. Ci aveva anticipato la realizzazione del nuovo, attesissimo film Don’t Worry (trovate l’intervista qui) in uscita il 29 agosto per Adler Entertainment in cui racconta vita e opere dell’illustratore disabile e alcolista John Callahan. Da non perdere assolutamente!

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