“Au nom du fils” e “C.O.G.”: gay e Chiesa, confronto impossibile?

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Al Torino Film Festival due film molto diversi, uno belga e l'altro americano, in cui si parla di omosessualità e religione ma in cui il confronto è scontro,...

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Nel weekend boom del Torino Film Festival, con un incremento del 30% di spettatori e proiezioni quasi sempre esaurite, due film molto diversi tra loro, per stile e contenuto, affrontano un argomento di stretta attualità, il rapporto tra omosessualità e cattolicesimo. Entrambi, però, sembrano dirci con un certo pessimismo nichilista che un sano dibattito, un confronto diretto tra gay e mondo della Chiesa, è a tutt’oggi impossibile e la divergenza fra essi sempre più incolmabile.

Tanto più che proprio sabato e domenica prossimi si terranno nel capoluogo piemontese due convegni speculari in netta opposizione tra loro: “Laicità e famiglie nella società secolarizzata” presso il Salone della Casa Valdese,da una parte, e “Sì alla famiglia!” al Centro Incontri della Regione,dall’altra. Quest’ultimo è curato dal sociologo Massimo Introvigne noto per le sue posizioni radicalmente antigay. Il Coordinamento Torino Pride ha anche annunciato per domenica un flash mob in piazza Castello “contro la cultura che discrimina”.

Anche il cinema sembra contrapporre i due temi più che cercare il dialogo tra essi: dal Belgio arriva una stravagante commedia nera, Au nom du fils (“Nel nome del figlio”) di Vincent Lannoo in cui un’irreprensibile devota cattolica, Elisabeth (Astrid Whetnall, piuttosto brava), conduce una trasmissione radiofonica sulla salvezza delle anime insieme al corpulento padre Achille (l’attore liegese di origine italiana Achille Ridolfi). Quando il biondo figlioletto si toglie la vitaper la reazione respingente della mamma dopo averle telefonato in diretta rivelando la sua relazione proprio col sacerdote – attenzione: non si capisce subito se si tratta di atroce abuso o di un sentimento corrisposto – lei, già traumatizzata per la morte suicida del marito appassionato di simulazioni belliche, diventa una vendicatrice sanguinaria facendo fuori prima un vescovo e poi una serie di prelati coinvolti in casi di pedofilia. Certo, non si può prendere troppo sul serio questa Mamma Vendetta sul crinale del pulp – ma Lannoo mantiene uno stile orientato verso un grottesco surreale che ricorda il cinema dell’olandese Alex Van Warmerdam (Borgman) – eppure ha il pregio di riaccendere i riflettori sulla questione della pedofilia nel clero, quanto mai scottante: “In Belgio ci sono state 350 denuncie di casi di preti pedofili rimaste però inevase – ha spiegato Astrid Whetnall -.Elizabeth è un personaggio interessante, rappresenta una crescita. Si tratta di una donna estremamente intelligente e profondamente onesta. Crede fino in fondo in quello che fa e nel proselitismo ma quando si trova a essere privata di quello che ha di più caro reagisce cercando delle risponde e si scontra contro un muro. È proprio quel muro che provoca la sua reazione estremamente violenta ma in nome di Dio. Diventa un mostro contro i mostri che vorrebbe combattere. È un grande regalo per un’attrice interpretare un ruolo così sfaccettato”. “Anche fuori dalla Chiesa esistono i casi di pedofilia – ha commentato il produttore Lionel Jadot – il problema è che in uno Stato normale questa viene punita, mentre nella Chiesa no, vieni trasferito”.

Altro contesto e altro sottogenere per la commedia agrodolce C.O.G. (sarebbe l’acronimo di “Child of God”, ossia “Figlio di Dio” ma vuol dire anche “ingranaggio” e, in slang, “mentire”) del losangelino Kyle Patrick Alvarez. Anche qui non c’è confronto tra omosessualità e cattolicesimo ma scontro diretto: quello che vede un reduce di guerra con gamba di plastica, integralista religioso, cacciare biecamente il suo protetto, il belloccio David (Jonathan Groff), neolaureato a Yale, quando questi gli rivela di essere omosessuale. Tratto da un racconto del sarcastico David Sedaris, C.O.G. evidenzia l’omofobia perdurante nei chiusi circoli dei predicatori americani in cui lo spirito ospitale cristiano viene subito messo da parte quando si scopre che “sei uno di quelli”. Così il ramingo David viene trattato da “mela marcia che rovina tutte le altre” come quelle che è costretto a selezionare nell’impiego in una fabbrica dell’Oregon dove fa amicizia con un mulettista gay che si innamora di lui non ricambiato (la scena della collezione di dildi è da risata sganasciante). Film gradevole dalla doppia anima, una più “indie” e innocua – quella della prima parte – e l’altra più malinconica e significativa – la seconda – ha un bel plot che si dirige dove non te lo aspetti anche se la scena del tentativo di stupro per vendetta ai danni di David ci sembra troppo a effetto e decisamente schematica.

Segnaliamo infine due titoli in cui l’omosessualità è affrontata in maniera puramente decorativa: nella spassosa commedia d’apertura Last Vegas di Jon Turteltaub (introdotta dalla madrina Luciana Littizzetto che ha scherzato col neodirettore Paolo Virzì: “Quando ho saputo che ti sposavi Ramazzotti pensavo fossi diventato finocchio!”), il personaggio dello sposato Sam in cerca di trasgressioni fedifraghe, interpretato da Kevin Kline, conosce a Las Vegas un gruppo di vistose drag tra cui un clone di Cher e un travestito che si scopre essere etero con tanto di moglie; nel cult vintage per appassionati L’etrusco uccide ancora di Armando Crispino datato 1972, debitore del cinema giallo-horror di Lucio Fulci e un po’ “fotoromanzesco”, uno dei sospettati, Stephen (l’attore tedesco Horst Frank) è un coreografo vistosamente omosessuale ma non troppo macchiettistico e con una certa personalità, anche se si mette a mangiare voluttuoso imbarazzanti salsicce alla griglia in piena notte. È stato presentato nella sezione “After Hours”, indubbiamente la più deviante del festival, dove è possibile (ri)trovare curiosità di genere e fuori genere, in cui è stato inserito anche Au nom du fils.

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