Avanguardie lesbogay nel regno di Nanni Moretti

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Vari spunti glbt all'affollatissimo 25° Torino Film Festival: 'Celluloid #1', 'Charlie Bartlett', 'Naissance des pieuvres', 'The elephant and the sea' e Corsicato. Il capolavoro? Senza dubbio Godard.

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Che festival siderico, il XXV TFF.

Immaginatevi Cannes negli spazi cinematografici di Dronero (amena città del cuneese) e aggiungetevi tutta l’isteria che può seguirne, visto che molti rimangono costantemente fuori dalle proiezioni. Eh sì, il più grande regista italiano vivente, Nanni Moretti, ha dato un’impronta davvero internazionale alla seconda manifestazione cinematografica italiana – per importanza, non per grandezza – proiettandolo tra le più grandi kermesse europee del settore. E da buon cinefilo non ha trascurato il pubblico GLBT, regalando opere nuove, interessanti, innovative.

Il più bel film visto finora è il rigoroso ‘L’elefante e il mare’ del trentunenne Woo Ming Jin, ipnotica immersione nelle coscienze tormentate di due uomini malesi, un giovane e un anziano: il primo, legato da amicizia a un giovane del luogo, procura piccoli incidenti stradali con pezzi di legno e si fa pagare il soccorso; il secondo è un pescatore a cui è morta la moglie e che ritroverà il desiderio sessuale in un bordello dove gli viene proposto anche un catalogo

solo maschile. Visivamente splendido – e dire che è girato in DigiBeta – e con un’attenzione all’inquadratura sorprendente, ‘L’elefante e il mare’ si pone con sicurezza tra Tsai Ming-Liang e Apichatpong Weerasethakul per dirci che solo riconciliarci con la natura può salvarci dal dolore e dalla sofferenza: il bambino in gabbia nella giungla dove c’è l’elefante diventa potente metafora del sogno smarrito che diventa realtà.

Il curioso ‘Celluloid #1’ del simpatico regista americano Steve Staso, grande fan di Piper Laurie, è invece una ricostruzione situazionista della Factory warholiana sotto forma di una lunga intervista a una diva bizzosa e cocainomane, Caprice Geoffries (Julie Atlas Muz), fidanzata con la segreteria-pierre nera Cyndey Readeen, da parte di un alter ego di Warhol, il regista gay Clayton Beaubien (Steve Buckley), divenuto celebre col film ‘Delusion #1’ e la cui fama

è ora in risacca. Capace di suggerire con sagacia l’atmosfera libertaria dell’universo da quindici minuti warholiano attraverso un uso notevole del mezzo video e molte citazioni (Ferrara, Fassbinder, Rossen), ‘Celluloid #1’ evoca un forte senso di nostalgia per un mondo lontano che ha gettato le basi della ‘teoria della celebrità da rotocalco’ generatrice dell’effimera corsa al successo mediatico tipico dell’odierna civiltà dell’immagine (un parrucchiere effemminato si spaccia tra l’altro per il fantomatico vip Rudolfo Revloni III). Battute: «Catherine Zeta Jones? Una cassetta di sicurezza ambulante!»; «Amo la pellicola perché è così tangibile». «Sono un punk irriducibile» ci spiega Staso. «Warhol allora era sempre intorno a noi ma io sono troppo giovane per la Factory!».

Nel divertente ‘Charlie Bartlett’ di Jon Poll, che uscirà in Italia per la DNC, lo spigliato protagonista (Anton Yelchin, davvero bravo e carino) è un piccolo genio che, tra mistificazioni e voli di fantasia, riesce a farsi amici tutti i compagni di college causando una vera e propria

rivoluzione: peccato che il bonario preside a rischio licenziamento (Robert Downey Jr.) sia nientemeno che il papà della sua fidanzata… Tra i personaggi secondari c’è anche un gay obeso che diventa il primo amico di Charlie e lo aiuterà a difendersi da un brutto ceffo drogato.

Davvero bizzarra, invece, la commedia nera norvegese ‘L’arte del pensiero negativo – Maipominimal #1’ di Bård Breien, una sorta di ‘Idioti’ in chiave grottesca, con attori veramente handicappati – nella finzione – e la scena di sesso più strampalata degli ultimi anni: un rapporto tra due anziani con scambio di parruccona riccioluta da lei (sfatta) a lui (reduce da ictus). Da antologia la colonna sonora che comprende anche Johnny Cash, Nina Simone e Steppenwolf.

Il capolavoro? Senza alcun dubbio ‘Morceaux de conversations avec Jean-Luc Godard’ di Alain Fischer, due ore e cinque di teoria e tecnica del cinema a lezione da un grandissimo, che spiega nel dettaglio il suo metodo di lavoro e come è cambiata la settima arte da Lumière all’avvento del digitale passando per la storica avanguardia di Straub e Huillet, arrivando a piangere nel finale – lacrime vere di un settantasettenne  – davanti a una videocamera al Centre Pompidou in una sorta di testamento spirituale che termina con uno straziante elogio al valore dell’amicizia.

Da vedere (sulla fiducia) ‘La voce umana’ di Corsicato con Elena Bucci e da non perdere in concorso – visto a Cannes – il lesbico ‘Naissance des pieuvres’ della giovane rivelazione Céline Sciamma.

Dal punto di vista glamour, davvero hollywoodiano il party alla Mole Antonelliana su due livelli – ‘Ciak Bar’ e Aula del Tempio – con apparizioni di Moretti, Jasmine Trinca – deliziosa: è stato smentito il flirt col suo amato regista – e, last but non least, Kaurismaki (sobrio). Caro Nanni, chapeau!

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