B.I. 2 MOLTO POCO BI

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Il brutto seguito del thriller che lanciò la Stone nel 1992, è mutilato dai tagli e minato dalla tremenda interpretazione del protagonista. E di bisex non è rimasto...

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Ma che brutto questo Basic Instinct 2. Non che l’originale fosse un capolavoro, anzi, ma almeno si lasciava vedere, forse proprio per la sua estetica grezzamente eighty e quella morbosità compiaciuta che, accavallamenti a parte, comunque lasciò il segno.

E poi era il 1992, c’era un altro regista al posto dell’impersonale Michael Caton-Jones (l’olandese Paul Veroheven autore di un cinema seminale lesbogay molto gore poi convertito a blockbuster fracassoni hollywoodiani quali Atto di forza e Starship Troopers) e Sharon Stone non doveva mascherare col trucco (e non solo) i suoi 48 anni. Ma qui non c’è neanche un guizzo di regia, non un’idea di sceneggiatura, il ritmo latita e, colpa più grave, complice probabilmente una censura preventiva a livello di produzione per evitare al film ogni divieto, c’è solo qualche debole fiammella di erotismo e ben poco sesso.

Un Basic Instinct senza eros è come un film di guerra senza armi o un musical senza canzoni. Indubbiamente i tagli sono piovuti a mannaia su Basic Instinct 2: la scena dell’orgia vista dal lucernaio si riduce a un paio di piani medi su due coppie copulanti, altrove si intravedono due seni di Sharon (in un idromassaggio su un terrazzo) e ondeggia qui e là qualche deretano maschile; gli altri incontri sessuali sono di quanto più banale si possa immaginare (possibile che nel 2006 si debbano ancora vedere al cinema due laccetti intorno al collo come massima perversione erotica?); la masturbazione in apertura ad opera del (vero) calciatore Stan Collymore non sa giocare neppure sul binomio sesso-automobili.

Della tanto sbandierata sequela di scene declinate in zona bisex neanche l’ombra

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Della tanto sbandierata sequela di scene declinate in zona bisex neanche l’ombra: è saltato integralmente l’incontro a tre tra Sharon, lo psichiatra e la sua ex moglie: si capisce che le due donne avevano un affaire solo perché gli ispettori ironizzano con battutine trite del tenore: “Erano amichette”, “Se la intendevano”. Tra la Stone e Charlotte Rampling, potenziale miniera sulfurea ad alta tensione erotica, niente di niente, solo un pallido sottinteso quando il dottor Glass le sorprende insieme a casa della collega.

Ed è un peccato vedere un’attrice brava come la Rampling, splendida sessantenne, resa inespressiva da un elaborato trucco antietà che le immobilizza il volto per non sfigurare al fianco della protagonista. Il regista la relega purtroppo in un ruolo monodimensionale, l’algida psichiatra Milena che ‘soffia’ al dottor Glass la difficile paziente Catherine Tramell, autrice di best seller e mantide insaziabile che, come nel primo episodio, si trova sempre sul luogo degli omicidi descritti puntualmente nei suoi libri.

Ma la psicologia d’accatto sguazza inesorabilmente nel luogo comune e quando si interrompe una seduta si commenta compiaciuti: «Molto lacaniano». Ciò che infossa il film è poi l’insopportabile interpretazione monocorde del protagonista David Morrissey, bietolone impacciato che non incrocia mai le traiettorie sensuali della Stone: non c’è chimica, non c’è magnetismo. E dire che Sharon Stone, se diretta da registi capaci come Martin Scorsese o Jim Jarmusch (ma anche Jane Anderson e Martha Coolidge che l’hanno trasformata in una lesbica passionale nel televisivo If These Walls Could Talk 2) non è affatto un’inetta ma qui ci si ricorda più dei bei vestiti che indossa che di come recita: molta pelle, nero aderente, colli di pelo colorato.

Il suo rapporto con l’immagine di spregiudicato sex-symbol quasi cinquantenne non deve essere facile, se su Internet c’è addirittura un sito interamente dedicato alla sua misteriosa cicatrice sulla carotide («Un giorno ne faranno uno sul mio sfintere» ha commentato Sharon).

Resta un’ambientazione originale rispetto al primo episodio, quella Londra high-tech della nuova City, architetture ovoidali alla Norman Foster, acciai lucidi e vetrate trasparenti con panorami vertiginosi dai quali è persino difficile riconoscere un che di britannico. Basic Instinct 2 è vistosamente malriuscito probabilmente anche per le numerose traversie produttive che ne hanno minato la lavorazione: riprese rimandate, difficoltà a trovare il protagonista maschile, mancati accordi per il siderale compenso di Sharon Stone. Si potrebbe immaginare un terzo episodio, magari tra altri quattordici anni: Basic Ictus 3.

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