Arriva Bohemian Rhapsody, biopic energico ed opulento sull’immortale Freddie Mercury

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Da oggi al cinema, la vita di Freddie Mercury e dei Queen riprende vita grazie a Bryan Singer e ad uno strepitoso Rami Malek.

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Tu non sei bisessuale, tu sei gay!” è la frase iconica pronunciata da Mary, unico (vero) amore etero di Freddie Mercury nello sfarzoso e opulento Bohemian Rhapsody, il biopic più atteso della stagione, in uscita oggi grazie a 20th Century Fox dopo aver incassato più di 150 milioni di dollari in tre settimane di programmazione negli Stati Uniti. Un film bigger than life dalla produzione travagliata – il protagonista inizialmente doveva essere Sacha Baron Cohen, poi Ben Whishaw, e la regia è passata da Bryan Singer a Dexter Fletcher rimasto non accreditato – che confida in un attore pressoché sconosciuto di origini egiziane, Rami Malek, calatosi anima e corpo in una delle supreme rock star di tutti i tempi, quel Farrokh Bulsara anagrafico di cui è in grado di restituire la vibrante energia e l’indomita vitalità nonostante all’apparenza ci siano molte differenze di corporatura e indole (Malek è piuttosto minuto e ha qualcosa di infantile nella postura ma ci mette talmente tanto impegno da essere alla fine credibile).

Non era facile raccontare la vita di uno dei front-man più strabordanti e personali della storia del rock, eppure Bohemian Rhapsody non cade nel tranello di santificare Freddie ignorando il resto del gruppo ma, al contrario, conferisce profondità proprio al rapporto con gli altri membri dei Queen, ciascuno dei quali ha un suo spessore e significato all’interno dell’economia narrativa del film. Ecco quindi la mente imprenditrice del gruppo, il sublime chitarrista Brian May (Gwilym Lee, mimeticamente identico all’originale); il timido bassista John (Joseph Mazzello), instillatore creativo di alcuni dei pezzi più originali dei Queen; l’eclettico batterista Roger (Ben Hardy), legato a Freddie da un rapporto viscerale ma altalenante.

L’omosessualità di Freddie non viene occultata dalla tenera vicenda sentimentale con l’amata Mary ma ha una sua centralità soprattutto nella seconda parte del film, in cui si approfondisce il rapporto con l’assistente personale Paul Prenter che diventa una sorta di angelo custode protettivo per poi essere allontanato da Freddie e soprattutto l’amato Jim Hutton ritrovato miracolosamente dopo aver suonato alla porta di buona parte degli omonimi in città (una delle scene più divertenti è la coraggiosa presentazione come fidanzato ufficiale al padre di Freddie). Si evita anche il melodrammatico nel raccontare l’insorgere dell’Aids nella vita di Freddie, resosi subito conto della necessità di confidarsi con le persone più care a riguardo.

Il costumista Julian Day ha raccontato di aver rivisto il lavoro di Robert Mapplethorpe e il film Cruising per creare il look leather dei club gay newyorchesi degli anni 80 dove abbondavano pelle e catene.

Colonna sonora da urlo, coi massimi successi dei Queen adattati a un Dolby adrenalinico, dalla canzone-feticcio del titolo alle immortali Another Bites the Dust, The Show Must Go On, We Are the Champions e via dicendo.

La regia virtuosa dà il suo meglio nella fenomenale scena del concerto finale che evidenzia la teatralità felina di Freddie con vorticose videoriprese acrobatiche e impressionanti tuffi visivi nella massa di spettatori adoranti.

Da vedere.

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