Call Me Marianna, che emozione la trans disabile premiata a Locarno

Vince il Premio Zonta Club Locarno un intenso doc polacco su una trans colpita da ictus.

È stata una delle rivelazioni di Locarno 68 e nel finale ha fatto sciogliere il pubblico in liberatori lacrimoni dopo averlo emozionato per tutta la durata del film: il toccante documentario polacco Call Me Marianna (Mów mi Marianna) di Karolina Bielawska si è aggiudicato il Premio Zonta Club Locarno ‘per la promozione della giustizia e dell’etica sociale’ dopo aver sbancato a giugno il Festival di Cracovia con quattro premi.

Nonostante racconti una storia vera a forte rischio di sensazionalismo – una trans semiparalizzata da un ictus dopo l’operazione di cambio di sesso – la regista riesce a trattare l’argomento con un pudore e una sensibilità davvero rari, evitando quello sguardo didattico o morboso da ‘visita allo zoo’ tipico di altri cineprodotti simili. C’è qualcosa di struggente e poetico in Call Me Marianna anche perché non è tanto un documentario sul transessualismo quanto piuttosto sulla solitudine: il 43enne Wojtek viene abbandonato dalla moglie, dai figli e dai suoi genitori quando intraprende coraggiosamente il difficile percorso per il cambiamento di sesso, non riuscendo più a vivere una doppia vita da donna incarcerata in un’identità maschile che non percepisce propria. La madre non sente volentieri Wojtek al telefono e lo prega di ‘parlarle come un figlio’ senza farsi chiamare Marianna. Poi, finalmente, l’operazione risolutiva. Marianna parla al telefono con un’amica, gioiosa per la ‘cosa’ che non c’è più, felice di non doversi più vergognare guardandosi allo specchio. Ma il destino incombe minaccioso. Poco dopo Marianna viene colpita da un ictus, la parte sinistra del suo corpo resta paralizzata, la vita quotidiana diventa un incubo.

Grazie all’amore di un signore baffuto decisamente più grande di lei e a una lunga terapia rieducativa, Marianna torna lentamente alla vita che diventa anche una pièce teatrale. La forza del film sta anche in una visibile empatia fra la protagonista e la regista, la cui videocamera non è mai invadente, dando l’impressione che la sua presenza sia impercettibile e non modifichi in alcun modo la naturalezza spontanea di ciò che si svolge davanti ad essa. “Il film non è basato sulle mie osservazioni – ha dichiarato la regista al magazine Wysokie Obcasy – ma sul rapporto che si è sviluppato fra di noi. In qualche modo la sua vita è diventata parte della mia. Questa è la sua battaglia per l’accettazione, l’amore e la dignità, alla quale ho partecipato io stessa”.

Il concorso internazionale è stato vinto a sorpresa dalla gradevole commedia romantica ‘doppia’ Right Now, Wrong Then del coreano Hong Sang-soo, medesima storiella di un’ora ripetuta due volte con piccole varianti: un regista giunto con un giorno d’anticipo a Suwon, in Corea del Sud, per presentare un film, conosce una pittrice ex modella e trascorre con lei la giornata tra bevute di soju e chiacchierate con amiche. In un caso dichiara di essere attratto da lei ma di essere sposato e avere dei figli: l’esito della vicenda sentimentale sarà differente. Un esercizio di stile asciutto e semplice, fatto di piani fissi e qualche zoom, con un’idea di sceneggiatura calcata da Smoking/No Smoking e Sliding Doors ma al gusto bibimbap: eppure il migliore era l’originale dramma israeliano Tikkun di Avishai Sivan che si deve accontentare del Premio Speciale della Giuria e di una menzione per la raffinata fotografia in bianco e nero di Shai Goldman.

Un radicale e visionario film d’autore dall’ironia sottile su un religioso ultraortodosso che perde la fede dopo aver rischiato di morire per un banale incidente domestico (la doccia improvvisamente si riattiva con un forte getto d’acqua bollente mentre il protagonista accenna una masturbazione). Nel prefinale si assiste anche alla scena più estrema del festival, una reinterpretazione del celebre quadro L’origine del mondo di Courbet in chiave necrofilo-onanistica che ha fatto scrivere sul catalogo: ‘il film contiene delle scene che possono urtare la sensibilità di alcuni spettatori’. Anche il premio come miglior attore andato a Jung Jae-Young sempre per Right Now, Wrong Then è eccessivo: molto meglio l’interpretazione sofferta di Gregg Turkington nel ruolo del comico infelice nell’eccentrico Entertainment di Rick Alverson o la rivelazione Kaou Langoët dell’intenso Suite Armoricaine di Pascale Breton vincitore del prestigioso Fipresci della critica internazionale. Sarebbe stato giusto assegnare a questo film anche il Pardo per la miglior interpretazione femminile dell’altrettanto intensa Valérie Dréville, scavalcata incomprensibilmente dalle quattro attrici del fluviale Happy Hour di Ryusuke Hamaguchi (5 ore e 17 minuti), a cui è andata anche una menzione per la sceneggiatura: Tanaka Sachie, Kikuchi Hazuchi, Mihara Maiko e Kawamura Rira.

Il lesbico e femminista La belle saison di Catherine Corsini si aggiudica il Variety Piazza Grande Award mentre il vincitore del Premio del Pubblico, il dramma tedesco Der Staat gegen Fritz Bauer (Lo Stato contro Fritz Bauer) di Lars Kraume, presenta alcuni elementi queer: il procuratore generale protagonista ha avuto storie gay e proprio il ricatto di una trans spacciatasi per donna biologica è al centro di un’intricata vicenda spionistica sulla ricerca di Adolf Eichmann, un ex tenente colonnello delle SS che si nasconderebbe a Buenos Aires.

In altri film presentati in quest’edizione di alto livello (non meritava la competizione solo il tremendo e dilettantesco No Home Movie di Chantal Akerman), consapevolmente attenta alla tematica queer, troviamo personaggi secondari lgbt: nel ricattatorio dramma americano James White – un ventenne inquieto (Christopher Abbott) accudisce la mamma malata di cancro (l’attrice lesbica Cynthia Nixon di Sex and the City) – il miglior amico del protagonista, interpretato dal rapper Scott Mescudi, è dichiaratamente gay ed è un personaggio positivo in pace con la propria sessualità; nel riuscito doc Le bois dont les rêves sont faits (Il bosco di cui sono fatti i sogni) di Claire Simon si restituisce l’anima profonda dell’immenso parco del Bois de Vincennes a sud-est di Parigi attraverso le testimonianze di chi lo frequenta. Tra di loro la regista scova alcuni omosessuali che praticano cruising tra le fratte raccontando tecniche di abbordaggio e orari consigliati ma lamentando un certo squallore di fondo. Abbiamo anche recuperato il livido e scabro Vergine giurata di Laura Bispuri con una perfetta Alba Rohrwacher nei panni gender di una donna albanese che si spaccia per uomo giurando di mantenersi vergine a vita in accordo con la legge tradizionale del Kanun e avere così i diritti riservati ai maschi. Rigore, essenzialità narrativa, una protagonista estremamente espressiva che vale il film: è nata un’autrice.