Cannes, l’omaggio a Orson Welles: amori gay e frustrazioni di un genio

Nel doc di Elisabeth Kapnist l’amore del produttore John Houseman per il sublime regista

Nel centenario della nascita del geniale Orson Welles – 6 maggio 1915 – il Festival di Cannes gli dedica un corposo omaggio che comprende la proiezione di alcuni titoli ormai ammantati da un’aura di leggenda quali il capolavoro supremo Quarto Potere e La signora di Shanghai nella nuova versione restaurata in 4K da Sony Pictures che tornerà nelle sale francesi il 17 giugno.

La documentarista americana Elisabeth Kapnist è salita sul palco della sala Buñuel per presentare il suo nuovo lavoro Orson Welles, Shadows & Light coprodotto dal canale televisivo ARTE France che lo trasmetterà prossimamente col titolo Orson Welles, autopsie d’une légende (Orson Welles, autopsia di una leggenda). Della monumentale figura del regista/attore statunitense, si evidenziano gli aspetti meno noti e più ombrosi quali la sua frustrazione per i molti progetti incompiuti tra cui il travagliato The Other Side of the Wind di cui montò 45 minuti (rivela anche che il suo preferito è Falstaff). Si cerca anche di far luce sul complesso rapporto con la madre pianista Beatrice, persa a soli nove anni, che comprese la precocità del genio di Orson costringendolo a estenuanti, infinite lezioni piegato sulla tastiera, a cui lui avrebbe preferito ‘buttarsi dalla finestra’.

Lo studioso David Thomson, autore della biografia Rosebud, riporta il profondo innamoramento del produttore John Houseman (1902-1988) per il suo amico di sempre Orson Welles, col quale fondò nel 1937 la compagnia teatrale del Mercury Theatre e fu fondamentale per la sua carriera. Thomson sostiene anche una sorta di omoaffettività latente di Welles riscontrabile secondo lui in vari personaggi maschili torturati e sessualmente ambigui della sua cinematografia (ma non approfondisce la questione). Proprio la paura di scoprire questo lato della sua personalità lo allontanò definitivamente da Houseman le cui attenzioni erano diventate per lui troppo opprimenti. Per questo motivo, secondo Thomson, Welles si gettò fra le braccia di Rita Hayworth che avrebbe poi sposato nel 1943 (in terze nozze, dieci anni dopo, avrebbe portato all’altare un’italiana, Paola Mori).

Stamattina è stato presentato in competizione il bislacco The Lobster (L’Aragosta) del regista greco Yorgos Lanthimos, curiosa satira sociale allegorica ambientata in un futuro distopico dove chi resta solo viene alloggiato in un hotel panoramico e ha 45 giorni per trovare un partner sennò subisce una trasformazione in un animale a scelta all’interno di una stanza apposita. Se qualcuno prova a masturbarsi, ecco pronto un tostapane che gli cuoce la mano. Al dimesso David (Colin Farrell, vistosamente ingrassato, con baffi e occhiali) vengono chieste le preferenze sessuali al momento dell’ingresso nell’albergo: “Ho avuto un’esperienza omosessuale ai tempi dell’Università. Può mettere bisessuale?” “No, da un anno non si può più…”.

Nell’eventualità, esprime il desiderio di essere trasformato in aragosta “perché vive cent’anni, ha il sangue blu come gli aristocratici e resta fecondo per tutta la vita”. Dopo un tentativo di accoppiamento andato a male, fugge tra i boschi dove si unisce ai Solitari capeggiati da una femmina misteriosa (Léa Seydoux). Quando s’innamora di una donna miope come lui (Rachel Weisz), finisce per subire la stessa discriminazione dell’hotel ma al contrario.

Cineccentricità surreale più simpatica che riuscita, è una bagattella originale più a livello concettuale che visivo sull’emarginazione dei single nella società contemporanea. Girato nella contea di Kerry, nel sud-ovest dell’Irlanda, con un’estetica ‘raffreddata’ impreziosita da alcuni ralenti ipnotici, potrebbe intrigare la giuria per la sua sceneggiatura bizzarra.

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Per ora il titolo migliore è Saul Fia (Il figlio di Saul) dell’ungherese László Nemes, la cui idea di regia è fortissima: serrare l’inquadratura per quasi tutto il film sul volto del protagonista, un membro del Sonderkommando, gruppo di prigionieri ebrei obbligati ad assistere i nazisti nei forni crematori dei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, con una grossa croce rossastra sulla schiena per essere più facilmente individuabili come obiettivo in caso di fuga. Questa scelta registica ha l’effetto funzionale di trasmettere al pubblico ciò che prova ed esprime il protagonista in ogni istante, immergendolo nell’orrore senza filtri dello sterminio nazista, fra cumuli di cadaveri trascinati per terra e fucilazioni sommarie, con un effetto realista impressionante.

Il terzetto italiano è partito col buon fantasy di gusto pittorico Il racconto dei racconti di Matteo Garrone che però è stato accolto da un tiepido applauso alla proiezione stampa mattutina. Di fattura eccellente (12 milioni di euro, e si vedono), un po’ prigioniero degli stilemi del genere, a tratti visionario, evita le facilonerie naif del fiabesco alla Fantaghirò preferendo un prebarocco goticheggiante (il napoletano Giambattista Basile da cui è tratto visse a cavallo tra ‘500 e ‘600) per continuare la riflessione tipicamente garroniana sulla deformazione del corpo come specchio dei travagli dell’anima – L’Imbalsamatore e Primo Amore – dando vita a un bestiario quanto mai umanizzato, selvaggiamente spassoso (la pulce che cresce a vista d’occhio, l’orco cavernicolo che pare uno Schwarzenegger d’antan). Cast da leccarsi i baffi, con in testa la regina triste Salma Hayek e la sorella della scorticata, magicamente ringiovanita, a cui dà il pallido incarnato l’incantevole Stacy Martin, già Nymphomaniac per Lars Von Trier. C’è anche un accenno saffico nel terzetto in carrozza fra due donne e il sovrano erotomane interpretato da Vincent Cassel.

Fuori concorso abbiamo apprezzato il gradevole Irrational Man, ritorno in forma più che discreta di Woody Allen, presente a sorpresa sulla Croisette (rare sono le sue apparizioni ai festival internazionali), dopo l’inconsistente Magic in the Moonlight. Commedia malinconicamente gialla con echi di Match Point ma meno cinismo, Irrational Man racconta di un professore di filosofia depresso e impotente (Joaquin Phoenix, vistosamente imbolsito) che ritrova la gioia di vivere dopo aver commesso un delitto ‘perfetto’ ai danni di un giudice, convinto di fare del bene a una sconosciuta. Fra critica della ragion pura e fenomenologia husserliana, Allen ribadisce la dominanza del caso nella vita umana, l’inutilità di speculazioni intellettuali davanti alla brutalità quotidiana, il potere illusorio dell’amore. E lo fa con la consueta, scorrevole leggerezza e grazia di scrittura ma con un po’ più di speranza nei confronti del trionfo del bene e del giusto (sebbene anch’esso aleatorio, si direbbe nel bel finale). Emma Stone è un fiorellino di campo adorabile, Parker Posey viene finalmente valorizzata nel ruolo di una professoressa di chimica annoiata del proprio matrimonio e invaghita del filosofo nichilista.

Del coming out di Cate Blanchett che ha dichiarato al giornalista Ramin Setoodeh di Variety di “avere amato molte donne” parleremo più approfonditamente lunedì poiché sabato verrà presentato l’attesissimo Carol di Todd Haynes in anteprima mondiale.

di Roberto Schinardi – da Cannes