Cannes, Queer Palm e miglior attrice a Carol (ma solo a metà)

Il raffinato lesbodrama di Haynes vince il trofeo lgbt e ‘mezzo’ premio d’interpretazione.

Carol no, Therese sì. È il più bizzarro premio d’interpretazione mai assegnato a Cannes, e ieri sera ci ha fatto discutere coi presidenti di giuria, i fratelli americani Ethan e Joel Coen: era quasi certo che le migliori attrici fossero Cate Blanchett e Rooney Mara per il sofisticato Carol di Todd Haynes (troppo algido e ‘controllato’, però, per arrivare al cuore e vincere una Palma d’Oro). Invece, a sorpresa, dopo l’annuncio dell’ex aequo – a quel punto pensavamo fosse fatta – viene nominata sì, Rooney Mara, ma tutti restano di stucco quando l’altra vincitrice è Emmanuelle Bercot che nel dimenticabile Mon Roi di Maïwenn urla, strepita, s’isterizza in continuazione, piange, ride, ha crisi nevrotiche: esattamente l’opposto della pacata Mara che in Carol infonde alla sua Therese una grazia delicata alla Audrey Hepburn, raffinatissima. Ma spezzare la coppia lesbica è insensato, perché l’interpretazione della Blanchett giganteggia rispetto alla Bercot e si fonde inscindibilmente con quella di Rooney Mara: adieu ma femme. L’effetto è ancora più surreale visto che quest’ultima non si presenta a ritirare il premio perché bloccata a New York e la Bercot fa un lunghissimo discorso di ringraziamento mettendo in imbarazzo il cerimoniere Lambert Wilson mentre Xavier Dolan piange (!). Il folletto genialoide canadese ventiseienne ci dice che tra 24 ore inizierà a girare il nuovo lungometraggio: si tratta di It’s Only the End of the World con Léa Seydoux, Marion Cotillard e Vincent Cassel su uno scrittore che torna nel suo paese d’origine annunciando la sua morte imminente. Pare che gli addetti al cerimoniale mettessero Dolan sempre dalla parte opposta del tavolo rispetto a Jake Gyllenhaal dopo aver dichiarato in un’intervista: “Quando non giro film mi masturbo guardando quelli di Jake Gyllenhaal!”. Ebbrezze di giovinezza. A proposito, nel visionario Youth di Sorrentino, abbastanza bello anche se inferiore a Il divo e a La Grande Bellezza, scopriamo che il direttore d’orchestra ottantenne interpretato da un vibrante Michael Caine ha avuto una storia con un uomo “per sperimentare la propria sessualità” come rivela in una lettera alla moglie e uno degli sceneggiatori dell’amico regista Mick (un dolente Harvey Keitel) gli rivela di essere incerto riguardo al proprio orientamento amoroso.

La Francia trionfa anche come miglior attore, un paonazzo Vincent Lindon per il suo credibile operaio senza lavoro ne La loi du marché. L’attore emozionatissimo dichiara di ricevere il primo riconoscimento della sua carriera (ma aveva vinto il trofeo Jean Gabin nell’89).

In conferenza stampa chiediamo ai Coen perché hanno diviso il premio come migliore attrice “spezzando così la coppia lesbica, Cate Blanchett non meritava forse il riconoscimento?” e se qualche film italiano è stato preso in considerazione – comunque è giusto così: ci siamo difesi bene ma c’era di meglio -: loro ciurlano nel manico (“Non potevamo premiare più di due attrici, abbiamo cercato di rendere omaggio al maggior numero possibile di grandi film”) e la sola a citare gli italiani è l’almodovariana Rossy De Palma, la quale ci dice di aver apprezzato l’intensa interpretazione di Giulia Lazzarini, la mamma morente nel film di Moretti, ma essendo non protagonista non poteva essere premiata.

Carol si consola così con una prevedibile Queer Palm, il premio lgbt ufficiale, assegnato sabato sera nell’elegante club terrazzato Silencio (l’ha progettato David Lynch e si chiama come il prossimo film di Almodóvar). L’avvenente e risoluta presidentessa di giuria Desiree Akhavan ha così motivato la scelta: “per le sue performances che straziano il cuore, per la sua messa in scena curata e raffinata, per la sua impressionante maestria nell’arte cinematografica”. Il cileno Locas Perdidas di Ignacio Juricic Merillan si aggiudica la Queer Palm per il miglior cortometraggio, dramma famigliare in cui un diciottenne cerca di scappare da casa col suo compagno parrucchiere 48enne dopo l’outing televisivo di quest’ultimo a causa di una retata della polizia in una discoteca dove lavora en travesti. È stato anche giustamente segnalato che molti titoli in concorso avevano in realtà una tematica lgbt appena accennata: “Tutti gli altri film mi sembravano molto poco queer. Anche per questo la giuria assegna una menzione speciale a The Lobster che non contiene alcun elemento gay ma si distingue per come prende in giro le norme sociali assurde e le convenzioni sulle relazioni sessuali. Una perfetta allegoria che fa eco alla mancanza di rappresentazione apertamente gay a Cannes. Forse Cannes è a disagio con i film che contengono elementi queer o i registi evitano di raccontare storie lgbt perché relegherebbero il loro lavoro nel ghetto del cinema gay? Sicuramente un po’ entrambi i motivi. Ed è precisamente per questo che l’esistenza di un premio come la Queer Palm è fondamentale: mette in luce film che allargano la definizione di cinema queer e continuano a onorare la storia di questo genere. Voglio inoltre esprimere il mio disaccordo con Xavier Dolan che ha dichiarato il disgusto per l’esistenza della Queer Palm: premi come questo non frammentano la società ma, al contrario, mettono in evidenza il cinema queer, lo rendono visibile e pubblico. Il cinema queer è importante: grazie ad esso ho incontrato i primi amici e amiche, la fiducia in me e la forza, mentre facevo coming out, e cercavo di capire che cosa volesse dire essere omosessuale e come avrebbe influenzato la mia vita”. Anche il regista Panos H. Koutras di Pazza Idea è infuriato col giurato/regista canadese: “Dolan doveva essere qui, è sbagliato quello che ha detto”.

Il resto del Palmarés è piuttosto condivisibile: ha vinto la Palma d’Oro il film migliore, il magnifico Dheepan di Jacques Audiard, in cui c’è tutto: una grande storia appassionante, la questione dell’integrazione razziale (un ex soldato tamil cingalese cerca di rifarsi una vita a Parigi con una donna e una bambina spacciate per moglie e figlia), il problema delle periferie ‘calde’, momenti visionari di artistica maestria, un prefinale action al cardiopalma e finalmente un happy end in un festival di media qualità non molto queer, dominato da crisi economica, dolore, malattie, suicidi. Il Grand Prix va allo sconvolgente Saul Fia di László Nemes, l’orrore di Auschwitz visto dall’interno con un impressionante lavoro sul sonoro di Tamas Zanyi che ha vinto il premio tecnico Vulcain. Miglior regia al maestro taiwanese Hou Hsiao-Hsien per il maestoso The Assassin, quasi incomprensibile, però, a livello narrativo. La bislacca allegoria greca The Lobster di Yorgos Lanthimos si aggiudica il Premio della Giuria mentre la miglior sceneggiatura va giustamente al disturbante Chronic di Michel Franco, cupissimo dramma sull’eutanasia in cui, con pochissimi movimenti di macchina, si racconta di un infermiere solitario (Tim Roth, perfetto) che si occupa a domicilio di malati terminali, passando da una ragazza anoressica in Aids a una donna con cancro all’intestino e un architetto bisessuale post-infartuato. Ogni volta cerca di assorbire l’identità dei suoi pazienti, spacciandosi per il marito della malata di Aids o fingendosi un architetto. Solo con quest’ultimo s’instaura un rapporto d’amicizia (“Era bello l’infermiere che è arrivato? Sei mai stato con un uomo?”) ma il protagonista viene accusato di molestie sessuali nei suoi confronti quando gli mostra alcuni film porno sull’iPad e viene sorpreso mentre l’architetto ha una vistosa erezione durante una doccia. Stile ponderatissimo, nessun voyeurismo o patetismo: era il film più personale del concorso.

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Il finale nichilista assolutamente choc (ma onestamente un po’ furbo) ha fatto sobbalzare sulla sedia gli spettatori già stremati da una storia estrema di puro dolore che resta impressa nella memoria.

Meglio però ripensare al meraviglioso Michael Fassbender che emerge in mutandoni dall’acqua nel mediocre Macbeth di Justin (altro che Shakespeare, sembra un vichingo Walhalla Rising con ralenti patinati in stile ‘300’ e la peggior Lady Macbeth mai vista, una Marion Cotillard vistosamente fuori ruolo). E dopo il risultato del referendum irlandese potremmo pure sposarlo: che ne dici, Michael?

di Roberto Schinardi – da Cannes