Cannes, bisex è “Biutiful”!

Un’edizione d’autore con tendenza bisex: “Les amours imaginaires” di Xavier Dolan sembra un saggio di regia, fresco ma ripetitivo. Godibile l’allucinato “Kaboom” di Gregg Araki. Emoziona “Biutiful”.

Quest’anno va forte il cinema bisex. La tendenza viene annunciata sulla Croisette, in un’edizione del Festival di Cannes piuttosto austera e caratterizzata da un concorso improntato sul cinema d’autore impegnato nel sociale e nel politico con poche concessioni alla spettacolarità (vedasi il semplice e didascalico film africano "L’homme qui crie" di Mahamat Saleh-Haroun davvero da cineforum). Tra i pochi titoli a tematica glbt – e suona davvero come una beffa, nell’anno della prima Queer Palm, ma lo stesso accadde curiosamente per l’esordio veneziano del Queer Lion – emergono due commedie molto diverse tra loro ma rivolte entrambe a un pubblico piuttosto giovane e incentrate proprio sulla bisessualità, o meglio, su una visione fluida e intergenere dell’identità sessuale, a riprova che il cinema gay sta davvero evolvendo verso un genere/non genere multisex e non etichettabile.

Sembra un sofisticato saggio di regia la fresca, raffinata ma ripetitiva commedia canadese "Les amours imaginaires" di Xavier Dolan, precoce talento ventunenne canadese la cui opera prima “J’ai tué ma mère” chiuderà il 29 giugno il Festival Mix di Milano.

Per raccontare la doppia infatuazione di due amici, un ragazzo gay dichiarato (lo stesso Dolan) e una ragazza dal look retrò (Monia Chokri) per l’efebico e boccoluto Nicolas (Niels Schneider) che più di tanto non si espone,  si riduce al minimo la parte narrativa – una sequela di feste, incontri al bar, una gita fuori porta dove esplode la gelosia di lei – cercando di rappresentare le emozioni dei protagonisti attraverso una serie di soluzioni stilistiche quali ralenti prolungati, esplosioni musicali (“Bang Bang” di Dalida), zoom improvvisi nelle interviste/intermezzo a sconosciuti sui problemi delle loro travagliate vite sentimentali. La doppia passione è tratteggiata con delicatezza e pudore – sfioramenti accennati, carezze amorevoli, sguardi palpitanti – ma, forse come difesa, i protagonisti continuano ad avere rapporti sessuali con terzi (ogni scena ha un filtro monocromatico: blu, rosso, verde) piuttosto insoddisfacenti. Intanto, tutti fumano: "Fumare è come dimenticare. Il fumo copre, nasconde".

Il modello non dichiarato è ovviamente "Jules et Jim" ma ogni accostamento sarebbe pura eresia. C’è della spontaneità, una genuinità giovanile anche ammirevole – si ride quando Dolan viene interrotto dalla mamma di Nicolas mentre si masturba avvolto nei suoi vestiti – ma è più interessante lo stile del film, per nulla acerbo, che il contenuto poco significativo. Applausi in sala.

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È invece tornato alle sue tematiche più consone il nippo-americano Gregg Araki che con "Kaboom" firma un godibile B(isex)-movie delirante e allucinato dalle parti di "Nowhere" e "The Doom Generation". Un sogno ricorrente turba le notti di Smith, belloccio gay (ma non troppo) in un campus universitario americano invaghitosi dello stupidotto compagno di stanza Thor, surfista etero convinto: immagina di essere completamente nudo e percorrere un corridoio grigio contornato da presenze famigliari e non, in fondo al quale, dietro a una porta col numero 19 appare un bidone della spazzatura rosso. È la premonizione di una serie di eventi sconvolgenti che accadranno nel giorno del suo diciannovesimo compleanno.

Tra sette esoteriche dal nome ‘musicale’ di New Order, streghe lesbiche sessualmente assatanate, nudisti bisex, trip allucinogeni e spacciatori dall’eloquente nome di Messiah, Araki sa coinvolgere lo spettatore in un ottovolante divertito e divertente che frulla teen comedy, thriller e horror in un amalgama pop e demenziale, folle e caotico (non mancano muffins coi vermi e vomitate a getto) che testimonia una libertà creativa abbastanza ispirata, riflesso della libertà sessuale intesa come puro divertimento ed evasione. Araki ha anche raccontato un curioso aneddoto: mentre scriveva il film, John Waters gli consegnò un premio per "Mysterious Skin" dicendogli che "Mysterious Skin era molto bello ma gli sarebbe davvero piaciuto vedere un film ‘all’antica’ di Gregg Araki".

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La prima grande emozione del festival arriva però da un cupo dramma in concorso, "Biutiful" di Alejandro González Iñarritu (miglior regia per "Babel") su un malato di cancro alla prostata, Uxbal – un dolente Javier Bardem – che cerca di proteggere i due figlioletti dalle isterie della madre nevrastenica e cerca di aiutare alcuni diseredati nei bassifondi di una Barcellona che meno turistica non si può.

Girato da Dio, vibrante e sconsolato (che gioiello di perfezione la scena dell’inseguimento della polizia per la strada stracolma di gente!), è un vero pugno nello stomaco che sa però anche arrivare al cuore dello spettatore. Tra i personaggi secondari c’è anche un cinese gay destinato a una fine tremenda, innamorato del proprio datore di lavoro che nasconde alcuni operai nell’interrato della sua fabbrica e parzialmente ricambia, nonostante abbia moglie e figli. "Biutiful" è dedicato al padre del regista scomparso recentemente.

Nel frattempo abbiamo conosciuto l’organizzatore della Queer Palm, il giornalista freelance Franck Finance-Madureira che ci ha spiegato di aver dovuto investire soldi propri nel premio a causa della latitanza degli sponsor. La Palma d’Oro gay verrà assegnata sabato 22 maggio alle ore 18 nello storico locale gay Zanzibar in rue Félix Faure 85.

di Roberto Schinardi – da Cannes