CAPOTE, GENIO E IRRIVERENZA

Anteprima di ‘Truman Capote’, austero film d’atmosfera sulla genesi di un capolavoro, ‘A sangue freddo’. Buone interpretazioni in una storia sobria e trattenuta. Nelle sale dal 18 febbraio.

TORINO – «Era piccolo, gonfio, smorto, con questa voluminosa testa da feto imbarazzante» scrive Arbasino nel suo pungente saggio ‘Truman Capote e il suo mondo’ dedicato allo scrittore più fotografato della sua generazione, autore dei must ‘Colazione da Tiffany’ e ‘L’arpa d’erba’, uno dei più mondani, egocentrici («Sono il Paganini della semantica» diceva di sé), irriverenti, geniali, nonché uno dei pochi dichiaratamente omosessuali. Il ritratto che gli dedica il semiesordiente Bennett Miller, ‘Truman Capote – a sangue freddo‘, presentato in un’anteprima torinese organizzata da Sony, Togay, Museo Nazionale del Cinema, TorinoSette e TorinoPride, non è un biopic classico, bensì un austero film d’atmosfera incentrato sulla genesi del libro considerato il suo capolavoro, ‘A sangue freddo’.

È il 1959. Dopo aver letto sul giornale un trafiletto sul massacro dei Clutter, una famiglia di agricoltori composta da quattro persone di Holcomb, un pugno di case che punteggiano le infinite distese di grano in Kansas, Truman Capote e la sua amica collega Nelle Harper Lee si recano sul posto per scrivere un articolo. Accolti inizialmente con sospetto, vengono introdotti nella famiglia dello sceriffo diffidente grazie alla moglie entusiasta di avere ospite una celebrità. Capote, intrigato da uno dei due assassini il cui movente era la rapina, il belloccio Perry Smith di origini indiane (Clifton Collins Jr., foto sotto), decide di scriverne un libro.

Il film procede con passo lento e solenne senza giocare d’accumulo ma con piccole annotazioni di particolari (le tacche sui muri nella cameretta del massacro, i campi lunghissimi che inquadrano il treno e le abitazioni, le teste dei cadaveri nelle bare coperte di cotone). Il risultato finale, benché interessante, appare onestamente un po’ piatto e faticoso, complice anche il costante tono brumoso ciano-grigiastro della pur bella fotografia. Buona l’interpretazione da Actor’s Studio di Philip Seymour Hoffman, studiatissima e controllata, ai confini del manierismo ma ricca di sofisticate finezze (l’espressione da bambino stupito e ammirato quando osserva per la prima volta il killer nella prigione ‘per donne‘, quel movimento del naso appena accennato, quel suo modo languido di tenere in mano l’immancabile bicchiere di whisky o di Martini).

L’omosessualità di Capote, a parte le sue movenze effeminate e la sua tipica voce querula – il doppiaggio è adeguato – non viene approfondita, e la relazione coll’affettuoso ballerino e scrittore Jack Dunphy (Bruce Greenwood) viene tratteggiata un po’ superficialmente come platonica e per nulla carnale: persino il presunto innamoramento di Capote per il killer risulta un po’ distante dalle conseguenze psicologiche sul loro intenso rapporto. Brava anche Catherine Keener, spalla discreta ma sempre presente del grande amico scrittore, capace di sparire in punta di piedi persino quando Capote non dimostra il minimo interesse alla prima del film ‘Il buio oltre la siepe’ (‘To Kill a Mockingbird’) di Robert Mulligan tratto dal maggior successo letterario di Harper Lee.

Drasticamente ridotto anche tutto l’aspetto mondano, fondamentale nella vita di Capote: resta qualche festicciola in cui Truman intrattiene sagacemente gli ospiti e una battuta sulla Monroe («Ero nell’appartamento di Marilyn, l’altra settimana: dei quattro Matisse che aveva alla pareti due erano sottosopra»). Nessun accenno invece alla celebre festa in maschera, il ‘Black and White Ball’ che Truman organizzò il 28 novembre del 1966 al Plaza, definito «il party del secolo» e il cui elenco di invitati, il top del jet-set mondiale, per alcuni era «una lista internazionale per la ghigliottina» (fu invitata anche Marella Agnelli).

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Merito indiscutibile, aver evitato l’agiografia e anzi aver messo il dito nei dilemmi morali dello scrittore responsabile di non aver fatto il possibile per salvare gli assassini e terminare così il suo libro, con un curioso transfert materno nella relazione che si instaura tra lui e Perry Smith a cui Capote dà aspirine e omogeneizzati imboccandolo come un bambino. Un film sobrio e trattenuto, forse troppo, dai toni cupi e foschi. Comunque, da vedere.

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