Cate Blanchett punta alla Palma e smentisce il coming out a Gay.it

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L’attrice australiana ci nega il coming out a Variety. Delude The Sea of Tree di Van Sant.

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Divina, algida, elegantissima. In sala stampa la fibrillazione è palpabile e quando si materializza Cate Blanchett i giornalisti esplodono in un applauso scatenato che accompagna un oceano di flash abbaglianti. Ma più abbagliante ancora è la grande attrice australiana a cui siamo riusciti a fare la domanda che molti aspettavano, sul presunto coming out fatto a un giornalista di Variety qualche giorno fa, a cui avrebbe dichiarato di ‘aver amato molte donne’ (la trovate qui al minuto 28.34). Le chiediamo se i suoi amori saffici l’hanno ispirata per costruire il meraviglioso personaggio del raffinato Carol di Todd Haynes sull’amore tra una moglie altoborghese e una commessa nella New York anni ‘50: “A memoria, la conversazione verteva sul fatto di aver avuto o no relazioni con donne. Sì, le ho avute, ma non sessuali. Questa seconda parte dell’intervista non è stata pubblicata. Nel 2015 il punto è: a chi interessa? Chiamatemi fuori moda ma il lavoro di un attore non è presentare il proprio, microscopico, noioso universo ma al contrario cercare di estendere la propria visione del mondo al pubblico e presentare i personaggi da un lato psicologico ed empatico. Non mi interessa mettere nel film le mie idee. Amo essere attrice. Comunque sì, è importante parlarne“.

A nostro avviso si tratta di un’operazione mediatica per far parlare di più del film, poiché bastava che la Blanchett aggiungesse la semplice parola ‘platonicamente’ al giornalista di Variety e la notizia sul coming out sarebbe stata ridimensionata subito.

Grazie alla sua sofisticata Carol Aird, la Blanchett punta direttamente al premio d’interpretazione che potrebbe essere spartito con la sua delicata collega Rooney Mara, messa un po’ in ombra in conferenza stampa dall’autorevolezza da Diva di Cate, ma molto brava in un’interpretazione particolarmente controllata ricca di sottotoni. Carol eccelle per il sofisticato formalismo stilistico: la scelta della pellicola Super16 per ricreare la patina vintage del 35 millimetri dell’epoca è funzionale, la ricostruzione d’ambiente impeccabile, la fotografia del fedele Ed Lachman è magnifica, gli splendidi costumi della tre volte premio Oscar Sandy Powell avvolgono perfettamente la charmantissima Cate e una più adolescenziale Rooney Mara. Quest’ultima ha dichiarato di non aver avuto alcun problema nel girare l’unica, fiammeggiante scena erotica del film (una delle migliori) perché abituata al nudo sul set – per la Blanchett è stato come girare una scena di sesso con un uomo ma ha provato un po’ di apprensione per l’importanza della scena.

Ma rispetto al simile Lontano dal Paradiso è alla fin fine meno emozionante, perché troppo ‘raffreddato’ e, sebbene rispetti sostanzialmente l’omonimo libro cult scritto da Patricia Highsmith nel 1952 (una delle poche variazioni è la passione di Therese per la fotografia che non c’è nel romanzo), la scelta di ignorare la questione sociale queer dell’omosessualità allora non accettata socialmente riduce l’impatto emotivo del film poiché dall’inizio sappiamo che il marito di Cate con cui sta per divorziare sa tutto, vede di cattivo occhio un’ex fidanzata di Carol sua amica dall’infanzia, e cerca di toglierle l’affidamento della figlia per ‘condotta immorale’.

Carol uscirà per Lucky Red probabilmente a fine anno.

Un altro film molto atteso, The Sea of Trees (Il mare di alberi) di Gus Van Sant, si è rivelato finora la più grande delusione: fischiatissimo e coperto di ‘buuu’ a entrambe le proiezioni stampa, è un solenne pasticcio new age in cui non si amalgamano le varie anime del dramma non riuscito, fra Survivor con tocchi horror, il cinema naturalista spirituale di Naomi Kawase e un convenzionale melò su una coppia etero in crisi (Matthew McConaughey e Naomi Watts, accolti con un imbarazzante silenzio in sala stampa, lui sbattutello con barba lunga e lei luminosamente immalinconita). Il premio Oscar per Dallas Buyers Club interpreta un marito vedovo da due settimane che vuole togliersi la vita nell’immensa foresta di Aokigahara ai piedi del monte Fuji, nota come luogo di elezione per aspiranti suicidi – una media di una trentina all’anno dal 1950. Qui incontra un giapponese disperato (Ken Watanabe) che vuole farsi fuori perché ha subito un torto sul posto di lavoro e teme di non riuscire più a mantenere la propria famiglia.

Il grande talento di Van Sant sembra opacizzato da una storia che non sa bene come raccontare, forse perché ‘non capisce bene la cultura giapponese’, verrebbe da pensare citando le parole del protagonista orientale, e perché la tecnica del flashback per raccontare il passato dell’americano è male innestata nella parte ambientata nella foresta, dove McConaughey cade in continuazione e abbandona praticamente subito l’intenzione suicida senza progressione psicologica. C’è persino un colpo basso di sceneggiatura che dal maestro Van Sant non ci saremmo davvero aspettati. Speriamo che The Sea of Trees, distribuito da Lucky Red forse nel 2016, non rappresenti il suicidio professionale dell’ottimo autore gay di Elephant e Milk.

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