CHARLIZE E LA MINIERA DEGLI ABUSI

Coinvolge il compatto dramma di denuncia ‘North Country – Storia di Josey’ con una brava Charlize Theron nuovamente imbruttita dopo ‘Monster’, qui minatrice molestata sessualmente.

Spesso il cinema di denuncia sociale, soprattutto se tratto da vicende reali, presenta limiti evidenti: una struttura prevedibile, una certa retorica di fondo, enfasi spesso ingiustificata. Il compatto e coinvolgente ‘North Country – Storia di Josey‘ della neozelandese Niki Caro (‘La ragazza delle balene’) evita invece molte trappole del genere nel rielaborare la storia vera di Lois Jenson (nel film diventa Josey Aimes), minatrice del Minnesota che nel 1984 citò in giudizio per molestie sessuali la Eveleth Taconite Company creando un precedente giudiziario e garantendo, ma solo nel 1995 quando il caso si chiuse, l’attuazione di una direttiva in materia poi estesa in tutta la nazione.

Sapevamo quanto fosse brava Charlize Theron e non una semplice modella prestata per meri motivi estetici al cinema, eppure nel ruolo della protagonista Josey è ancora più credibile e azzeccata che in ‘Monster’ per cui vinse il premio Oscar (anche questa volta è candidata ma dovrà vedersela con la favorita Felicity Huffman di ‘Transamerica‘). Ruolo non facile, anche perché l’attrice sudafricana non solo ha dovuto imbruttirsi questa volta a colpi di getti di fuliggine nella miniera di ferro e lividi sanguinolenti per le botte prese dal marito, ma anche giocare sulla evidente bellezza che fa capitolare tutti gli uomini che incontra. Josey infatti giunge nel Nord del Minnesota dopo essere fuggita con i due bambini piccoli dal consorte violento e trova inizialmente sistemazione presso i genitori. Nella vicina miniera c’è possibilità di lavoro ma la madre premurosa (una mirabile Sissy Spacek, Oscar per ‘La ragazza di Nashville’) la sconsiglia di accettare anche perché ci lavora Hank, lo scorbutico padre di Josey (Richard Jenkins, il patriarca defunto di ‘Six Feet Under’) che teme per la sua reputazione, anche perché Josey è da sempre considerata una ragazza ‘facile’.

Una volta assunta, la ragazza si rende conto delle umiliazioni, degli abusi, degli scherzi violenti a cui quotidianamente vengono sottoposte le donne in miniera, finché nel tremendo ‘portacipria’, un vasto locale dove vengono accumulati i detriti di ferro, Josey viene molestata sessualmente. Dopo aver cercato inutilmente la solidarietà delle colleghe timorose di ripercussioni ancora più brutali, ingaggia l’amico avvocato Bill (Woody Harrelson, molto understated) e intraprende una causa legale che diventerà la prima ‘class action’, cioè ‘azione di categoria’, della storia giudiziaria americana (e proprio ‘Class Action’ era il titolo di lavorazione del film, ispirato al titolo del libro da cui è tratto: ‘Class Action: The Landmark Case That Changed Sexual Harassment Law’ di Clara Bingham e Laura Leedy Gansler).

«La storia analizza quell’area grigia dell’interazione maschio/femmina e la gradualità tra innocuo e offensivo – spiega la regista Niki Caro – ‘North Country‘ è un racconto di fantasia che si è ispirato a esperienze reali. Non è tutto o bianco o nero, o prudentemente e politicamente corretto. Quello che succede a Josey e alle sue colleghe ha un effetto cumulativo e viene esaminato da varie angolazioni. Non è semplice. Ci sono atti e reazioni che sono parte della natura umana. Un uomo dice una battuta volgare, una donna risponde per le rime, si tratta di un’affermazione esplicita o di qualcosa di fisico… A che punto ferisce? Dov’è il limite? Le dinamiche dei personaggi sono al centro della storia, dal difficile rapporto di Josey con il padre all’iniziale rancore del padre verso la figlia che poi si trasforma in comprensione del suo punto di vista; le difficoltà di Josey in quanto madre single, in particolare con il figlio adolescente che sconta a scuola le conseguenze della sua azione legale; l’amicizia di Josey con le altre donne e la loro crescente opposizione alla sua decisione di fare causa e l’intenso rapporto tra Josey e Bobby Sharp. C’è grande tensione tra loro».

Raccontato con lunghi flashback inframmezzati dalle scene processuali – la parte giudiziaria è però la più debole ed effettistica del film – dimostra la sua intensità anche grazie a una sensibilità tutta femminile che evita di riprendere le scene di violenza in famiglia mostrandone solo le conseguenze sul corpo di Josey, evita manfrine sentimentale tra lei e l’avvocato, si tiene in prodigioso equilibrio nel segmento più a rischio, quello sulla violenza sessuale subita da un professore durante il liceo, ed orchestra un’ottima suddivisione dei ruoli secondari: eccelle per dignità e controllo la bravissima Frances McDormand (anche per lei una nomination all’Oscar, già vinto per ‘Fargo’) nel ruolo della rozza amica d’infanzia Glory Dodge, con marito a casa perché infortunato dal lavoro (Sean Bean, il Boromir de ‘Il Signore degli Anelli’) e lei stessa costretta ben presto tra le mure domestica per una malattia debilante contratta in miniera.

«Tutto di Fran era giusto per il ruolo – afferma la Caro – Ho voluto un’attrice intransigente e non sentimentale, senza smancerie». «Nelle nostre scene insieme, anche se le emozioni sono forti, trapelano appena e non diventano mai smielate – dice la McDormand, che vedremo presto nel thriller fantascientifico ‘Aeon Flux’ con la stessa Theron – C’è una sequenza che si svolge negli spogliatoi delle donne della miniera, dopo che Josey è stata pesantemente insultata e Glory vede che sta piangendo. Invece di consolarla con un dolce abbraccio, le dice: ‘forza, devi farcela, se ti arrendi fai esattamente quello che loro vogliono’. Glory lavora in miniera da molto più tempo, ha una posizione nella comunità, è una rappresentante sindacale e quindi si è guadagnata un certo rispetto da parte degli altri minatori. E poi lei ha imparato a ignorare le battute e le allusioni. Josey invece non vuole farlo».

Le fredde location del Nord sono diventate vere protagoniste del film, esaltate dall’avvolgente musica di Gustavo Santaolalla, lo stesso di ‘Brokeback Mountain‘, e nobilitate da vaste panoramiche con dolly imponenti: «Era mia intenzione fare un bel film con questo materiale, ma anche essere realistica – dice Caro – Non volevo che diventasse troppo crudo. E la bellezza non doveva essere in senso hollywoodiano, di plastica, ma nel senso in cui lo sono queste persone con la complessità di vivere in questo mondo e in questo magnifico paesaggio. Di tutti i grandi direttori della fotografia che ho incontrato, Chris è quello che parla più chiaro e che lascia libero il pavimento, in modo che gli attori possano muoversi liberamente. In genere quando togli le luci da terra puoi avere un effetto di piattezza, ma la fotografia di Chris non correva davvero questo rischio».

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Il giallo della pista da hockey è diventato poi il colore guida del film: «In miniera ci sono camion gialli – conclude lo scenografo Richard Hoover – e ritroviamo lo stesso colore nella casa di Hank e Alice, nella carta da parati della cucina. Abbiamo aggiunto qualche tocco di rosa, verde e blu, ma il giallo è la sfumatura chiave. E’ anche nella cucina della nuova casa di Josey, come se lei volesse ricreare qualcosa della casa della sua infanzia».

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