CHE PECCATO NON ESSERE GAY!

Omosessualità e religione in due interessanti film gay nelle sale: ‘Non è peccato’ e ‘C.R.A.Z.Y.’ E in entrambi una strepitosa colonna sonora, musica chicana contemporanea e rock/pop anni ’70-’80.

Ma che belle sorprese questi due film gay in contemporanea nelle sale ad aprire la nuova stagione cinematografica, Non è peccato e C.R.A.Z.Y.

Non è peccato

Diretta da Richard Glatzer e Wash Westmoreland, questa garbata commedia etnica è incentrata sulla Quinceañera, una festa tradizionale latina risalente a un rito azteco che rappresenta per le quindicenni chicane una sorta di passaggio all’età adulta, con canti, balli e orde di parenti in smoking e abiti da sera. Ma per l’introversa Madgalena il grande giorno si allontana in quanto è costretta ad andarsene da casa perché incinta (e per il padre bigotto non esiste offesa peggiore alla famiglia molto religiosa) anche se lei è pronta a giurare di non aver avuto rapporti completi col suo giovane amante latino.

Così si ritrova a casa del pacifico zio ultraottantenne che campa vendendo porta a porta un intruglio al cioccolato tipicamente messicano, il champurrado, e ospita un altro ‘rifugiato’ della famiglia, il ribelle Carlos, macho tozzetto con vistosi tatuaggi, a sua volta ripudiato perché omosessuale. Carlos ha appena conosciuto i vicini di casa, un’elegante coppia di bianchi danarosi particolarmente abili nell’acquistare abitazioni e risistemarle a dovere. Alla festa d’inaugurazione del loro appartamento i due non esitano a portarselo a letto (e dopotutto come si fa a ignorare un bel fustello latino che, alla porta sul retro, ti chiede in prestito una chiave inglese?). Ma quello che all’inizio sembra solo uno spensierato giro di lenzuola a tre innocuo e ripetibile diventa qualcos’altro quando di Carlos si invaghisce il bruno della coppia che inizia a mentire al fidanzato pur di riuscire a vederlo da solo. E lo stesso Carlos sembra non poco interessato, anche perché il ragazzo lavora in televisione e potrebbe prospettare al giovane lavamacchine messicano un futuro professionale più luminoso.

Ci sono una certa grazia e un’insolita, ottimista freschezza in questo bizzarro incrocio di due storie all’apparenza incongruenti ma unite da un comune destino di avversa ‘diversità’. Lo sguardo dei registi – gli stessi di The Fluffer – è molto sensibile e mai giudicante nei confronti dei due giovani protagonisti, teneri drop-out umiliati e offesi, molto espressivi e mai ‘caricati’ (l’esordiente Emily Rios e Jesse Garcia, attore prevalentemente televisivo, da tenere d’occhio). E per una volta il contesto non fa da sfondo ma assurge al ruolo di terzo protagonista della vicenda: scopriamo così il verdeggiante ma trascurato quartiere di Echo Park, sobborgo di L.A. pervaso da graffiti e creatività diffusa, prevalentemente ispanico ma a quanto pare molto trendy nella comunità di artisti locali anche bianchi. E quando l’adorabile zietto protettivo (il Chalo Gonzalez de Il mucchio selvaggio), che in giardino ha una sorta di sacrale e misterioso ‘tempietto della memoria’, dice al nipote: «È bello che tu abbia dei nuovi amici» c’è davvero da commuoversi. Strepitosa, infine, la colonna sonora reggaeton-pop ‘contaminata’ dalle urgenze rap e neomelodiche della musica da strada losangelina contemporanea mai come oggi in continua evoluzione. Trionfatore al Sundance dove si è aggiudicato il Gran Premio della Giuria e quello del pubblico, è stato un vero e proprio fenomeno commerciale in America (prodotto da Todd Haynes e costato solo mezzo milione di dollari, si è ripagato le spese in un weekend) e speriamo che il passaparola possa aiutarlo anche in Italia – distribuisce l’oculato Vieri Razzini della Teodora.

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C.R.A.Z.Y.

Molta bella musica e religiosità controversa anche nel coinvolgente C.R.A.Z.Y. del canadese Jean-Marc Vallée, vera e propria saga familiare che attraversa tre decenni di storia québecoise

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C.R.A.Z.Y.

Molta bella musica e religiosità controversa anche nel coinvolgente C.R.A.Z.Y. del canadese Jean-Marc Vallée, vera e propria saga familiare che attraversa tre decenni di storia québecoise, dai ’60 agli ’80, narrando le vicende della famiglia Beaulieu, casetta piccolo borghese e cinque figli maschi («E provare a cambiare posizione?» consiglia un amico alla nascita del piccolo Yvan). La storia è raccontata dalla voce off del quartogenito, Zachary, nato il giorno di Natale, in conflitto permamente col padre con cui ha da sempre un rapporto burrascoso: è riuscito persino a farlo cadere per terra quando l’ha preso in braccio appena nato.

Zachary fin da piccolo mostra tendenze omo indossando la vestaglia e le collane della mamma (come in Ma vie en rose) ma ha difficoltà ad accettarsi: «a sei anni sapevo che cosa fosse un finocchio e pregavo Dio di non diventarlo». E più cresce meno comprende l’attrazione per i maschi, dal fidanzato dalla cugina al compagno di scuola che arriva a picchiare selvaggiamente pur di allontanare da sé l’idea di poter essere gay, tanto più che una vicina si innamora di lui e svolge al meglio il ruolo di fidanzatina. Ma i fratelli iniziano a prenderlo in giro dandogli della ‘checca’ (tutti molto caratterizzati: l’intellettuale con occhiale nero, lo sportivo muscoloso, il drogato borderline, il piccolo indifeso) e Zachary si rifugia nei suoi idoli musicali, David Bowie fase Ziggy Stardust in primis – sostituito negli anni ’80 da Johnny Rotten dei ‘Sex Pistols’ – che imita con trucchi vistosi e pettinature esplosive.

È un grande affresco esistenziale quello che ci regala Jean Marc-Vallée, coinvolgente e appassionante, quasi un ‘Albero di Antonia’ tutto al maschile, contrappuntato felicemente dalle infinite cene di Natale che diventano una doppia festa essendo il compleanno di Zachary ma finiscono sempre a botte e a zuffe. Nonostante qualche personaggio si perda un po’ per strada – il fratello atletico e il piccolo Yvan – e la regia non osi a sufficienza nei divertenti inserti surreali in chiesa, mai al cinema si era visto così ben tratteggiato in un film gay un problematico rapporto padre-figlio (meglio ancora che in «The Sum of Us» con Russell Crowe) e anche tutta la parte pseudomistica – con tanto di viaggio a Gerusalemme in realtà molto poco religioso, visto che Zac vi scopre locali e spiagge gay con tanto di similCristo sessualmente disponibile – ha un che di ironico realmente dissacrante. Sceneggiato splendidamente dallo stesso regista insieme a François Boulay, non risparmia nulla – nascite, matrimoni, fughe, morti – riuscendo a dare un afflato quasi epico a vicende per lo più quotidiane (da antologia il dialogo tra i genitori in bagno dove papà Gervais esprime i suoi dubbi sulla mascolinità dei sacerdoti in sottana e svela, a sorpresa, di avere avuto in gioventù un rapporto gay).

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Ma la vera anima di C.R.A.Z.Y. è la stupefacente colonna sonora, fuoco sacro che motiva il cuore dei personaggi, summa sublime di tre decenni alquanto musicarelli, da Aznavour a Patsy Cline – massime passioni del padre – passando per Rolling Stones, Bowie, Pink Floyd e Cure di cui si sente la rara e splendida 10:15 Saturday Night.

Due film preziosi, assolutamente da vedere.

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