Che ricordi, gli Anni Felici (e bisex): racconto di Daniele Luchetti

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Il regista romano ci svela i retroscena della limpida commedia ‘Anni Felici’ ambientata nel 1974. Micaela Ramazzotti interpreta la mamma innamorata della gallerista del marito. Autobiografia? Non solo

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“Si crede di inseguire la felicità; non si inseguono che le emozioni” diceva (saggiamente?) lo scrittore francese Jean Josipovici. A volte però, la felicità viene scavalcata senza nemmeno accorgersene e, voltandosi indietro, la si può riscoprire in un passato di cui, allora, non si avevano forse i mezzi per giudicarne il valore (anche emotivo). È quello che sembra dirci il ‘piccolo grande maestro’ Daniele Luchetti nella sua limpida commedia “Anni Felici”, in cui ricostruisce, tra ricordi veri e immaginazione drammaturgica, la ‘mitica’ estate del 1974 della sua famiglia trasfigurandola in quella di papà Guido, artista concettuale poco amato dalla critica ma molto dalle sue modelle, al punto di scatenare una giustificata gelosia nella mamma chioccia Serena che troverà comprensione e amore in una tenera gallerista, Helke, portandosi dietro i due figlioletti in una vacanza di ‘comune liberazione’ in Camargue. Erano anni di inquietudine anche sessual/sentimentale – è proprio del 1974 la legge sul divorzio – ma a Luchetti non interessa l’affresco sociologico ‘vintage’ quanto piuttosto cogliere tutta la vitale umanità dei suoi personaggi, e lo fa benissimo dirigendo magnificamente Kim Rossi Stuart e Micaela Ramazzotti che sembrano davvero ‘essere’ Guido e Serena, più che interpretarli.

Così, “Anni Felici” si pone come un film onesto e sincero, persino consapevole dei suoi limiti, ovvero una certa convenzionalità e uno sguardo a tratti naif (ma il punto di vista è quello del bimbo Dario, ossia il regista da piccolo). Ne abbiamo parlato proprio con Luchetti.

Come è nato il luminoso personaggio di Helke, la cui storia d’amore con Serena è tratteggiata in maniera molto naturale, e non come ‘un’arma di vendetta’ da usare contro Guido?

Helke è semplicemente un nome e una minigonna che mi ricordo quando avevo cinque anni. Eravamo a Fregene, d’estate. Mi ricordo di questa ragazza tedesca abbronzata che faceva girare la testa a tutti i membri della famiglia. È una figura legata in qualche maniera all’attrazione sessuale. Ho deciso di scegliere una donna per questo personaggio non tanto perché quegli erano gli anni in cui si sperimentavano desideri considerati all’epoca anticonvenzionali quanto perché in quel rapporto non era importante quale sesso ci fosse dall’altra parte ma chi ascolta e accoglie: Guido non sa più accogliere Serena mentre Helke è in grado di ascoltare. Serena infatti parla di amore nei confronti di Helke, non di un esperimento o una sbandata.

Come ha reagito tua mamma quando ha visto il film?

Nella nostra famiglia si è sempre predicata una certa libertà di espressione. Era contenta, sapeva esattamente che cosa ci fosse di vero e inventato. Ma a un certo punto si è preoccupata per i vicini di casa, non tanto per la storia omosessuale ma per il fatto che suo figlio raccontasse una storia che mette in gioco la famiglia e avrebbe dovuto restare privata.

Perché hai scelto l’ottima Martina Gedeck per il ruolo di Helke?

Ho visto molte attrici prima di lei. C’era il rischio del solito cliché della donna lesbica mascolina, cosa che non m’importava. Martina mi ha dato come un senso di accoglienza, di persona che ti sembra di conoscere già. Serena non doveva sentirsi minacciata come donna e questo senso di accoglienza di Martina fa parte del suo carattere. Mi sono poi reso conto di aver fatto la scelta giusta.

L’unico limite del personaggio di Helke è che i suoi sentimenti sono un po’ messi in ombra rispetto a quelli di Serena e Guido.

Riconosco che avrei potuto raccontarla più a lungo ma nella sceneggiatura questo non si sentiva. Lei è un’attrice importante, quindi vorresti vederla di più.

Com’è stato girare le scene di nudo, gli attori hanno provato imbarazzo?

È stato come nelle spiagge dei nudisti, dopo un minuto ci siamo dimenticati dell’argomento. Qualche problema è nato nelle scene che riguardavano le donne perché la maggior parte delle ragazze che interpretavano le modelle filmate nude erano depilate quindi abbiamo dovuto applicare alcuni pubi posticci.

Che significato ha la buffa scena del maldestro approccio sessuale di Guido ubriaco nei confronti dell’amico?

È un tentativo di prendersi in giro, non credo che Guido abbia nessuna intenzione di avere una storia con l’amico ma in quel momento sta pensando: “Che cosa è saltato in testa a mia moglie?”. Ci prova scherzosamente, è un momento di ubriachezza e sconforto. La sua è una provocazione.

Una delle battute più belle del film è quando il bimbo grida: “Siamo lesbici!”. Che percezione avevi tu da bambino, in quegli anni, dell’omosessualità?

È strano ma direi che assomiglia molto alla percezione che ha Guido nel film. Alcuni amici di mio padre erano apertamente omosessuali e intersecavano le nostre vite in maniera assolutamente normale ma d’altra parte c’era un pregiudizio diffuso che ricorda quello che è oggi l’immigrazione. Mio padre, pur essendo un artista libero, diceva che c’era una conventicola di gay nell’arte che avevano successo proprio perché si aiutavano fra di loro.

Che cosa pensi dell’adozione da parte delle coppie gay?

Sono straconvinto che sia una cosa assolutamente buona e positiva, ho vari amici omosessuali che hanno adottato bambini.

Ti piacerebbe un giorno raccontare una famiglia arcobaleno visto che il tuo cinema sta focalizzando l’evoluzione del concetto di famiglia nel corso del tempo?

Parto sempre dai personaggi, a me non piacciono molto i film ideologici. Se trovassi la storia giusta direi di sì.

Tuo figlio ha visto il film? Che cosa ha detto della storia lesbica?

Gli è piaciuto ma è difficile strappare commenti ai ragazzi di tredici anni. Io l’ho preparato dicendogli che non c’è niente di male se due donne si baciano e lui mi ha detto: “pensi che non lo sappia?”.

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