CHE TRISTE QUELL’OSCAR

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Un'edizione degli Academy Awards minimalista e un po' imbarazzata. Miglior film 'Chicago', miglior attrice la Kidman per 'The Hours'. Noi ci ricorderemo il trionfo di 'Parla con lei'....

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«Oh, mio Dio. So che anche respirare costa parecchio, ma devo respirare. Ringrazio i membri dell’Academy per la loro generosità. Dedico questo Oscar ai miei collaboratori e a coloro che stanno alzando la loro voce per la pace, per il rispetto dei diritti umani, per la legalità internazionale, tutte qualità necessarie per vivere. Questo Oscar va a loro e a voi».

Visibilmente emozionato, con capello in bianco e nero e un po’ imbolsito, Pedro Almodòvar ha vinto l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale di ‘Parla con lei‘, forse il suo copione più profondo e complesso. E i primi a baciare al momento del verdetto sono stati la sua attrice Leonor Watling e il bellissimo attore Gael Garcìa Bernal di ‘Y tu mama también‘.

Per il resto verdetto prevedibile con qualche sorpresa piacevole e meno piacevole.

E’ stata l’edizione della guerra, la più in sordina degli ultimi anni (niente tappeto rosso, minimo glamour, spazio comico del presentatore Steve Martin abbastanza limitato) e sei Oscar ‘scacciapensieri’ tra cui miglior film e attrice non protagonista (Catherine Zeta Jones) sono andati al curioso musical Chicago di Rob Marshall, uno dei meno grandiosi della storia di Hollywood, il cui produttore ha ovviamente ringraziato l’inarrivabile Bob Fosse.

Tre cinefili e pacifisti Oscar a ‘Il pianista‘ di Polanski che non può entrare in America per una presunta violenza a una tredicenne avvenuta forse decine di anni fa: miglior regia, migliore sceneggiatura non originale e miglior attore Adrien Brody, quasi scioccato dalla statuetta.

Miglior attrice l’annunciatissima Nicole Kidman, l’unica vera star planetaria, che ha già pronti il rivoluzionario ‘Dogville‘ di Lars Von Trier e ‘Cold Mountain‘ di Anthony Minghella, un dilatato Via col Vento di nuovo millennio. Miglior attore non protagonista Chris Cooper per ‘Il ladro di orchidee‘: era l’omosessuale represso che uccideva Kevin Spacey in ‘American Beauty‘.

La ‘mafia gay’, come l’ha chiamata Steve Martin (la comunità omosessuale si arrabbiò moltissimo per questa definizione) contrapponendo l’etero Harrison Ford al ‘gay’ Jack Nicholson che ha fatto l’effemminato per cinque secondi (nel triste ‘A proposito di Schmidt‘ mostra il culone nudo e sfatto), non ha però vinto nulla oltre ad Almodòvar:

restano a secco il bel melodramma in technicolor Anni ’50 ‘Lontano dal Paradiso‘ di Todd Haynes e il letterario ‘The Hours‘ di Stephen Daldry. Anche la commedia omosessuale olandese ‘Zus & Zo‘ è stata battuta dallo sconosciuto tedesco ‘Nowhere in Africa‘. Il più pacifista è stato il premio Oscar per l’esemplare ‘Bowling for Columbine‘ del documentarista Michael Moore che ha definito Bush ‘un presidente finto’ (11 arrestati fuori dal Kodak Theatre per sommossa).

Eminem, che non si è presentato alla cerimonia degli Academy Awards, ha vinto l’Oscar per la miglior canzone ‘Lose Yourself’ di 8 Mile. Anche Martin Scorsese è rimasto a bocca asciutta e sicuramente ha influito negativamente la campagna pubblicitaria aggressiva di Harvey Weinstein della Miramax e un articolo di Robert Wise pro ‘Gangs of New York‘ preso di mira dai giornalisti americani. Due premi tecnici per Frida: miglior trucco e colonna sonora. Di italiano neanche una piccola ombra e la trasmissione italiana di commento su La 7 presentata dal pur bravo Enrico Magrelli è stata eccelsa per sciatteria e inutilità: si parlava solo di vestiti e sartoria e tra le scenografie c’era scritto addirittura ‘Accademy’ con due ‘C’.

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