Finalmente al cinema Chiamami col tuo nome, idillio romantico di Luca Guadagnino

Superba interpretazione di Timothée Chalamet nel magistrale racconto di formazione estivo che porterà l’Italia agli Oscar.

Nel giorno dell’uscita italiana, Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino è già un classico gay.

Dopo le quattro nominations agli Oscar tra cui quella per il miglior film e una seconda visione – con brividi e lacrimuccia all’irrompere della stupenda Mystery of Love di Sufjan StevensCall Me By Your Name, “Chiamami col tuo nome”, si conferma non solo il più importante film queer del nuovo millennio diretto da un regista italiano, ma anche l’unico a osare un romanticismo di delicata sensibilità apparentemente fuori dal tempo: mentre il cinema LGBT contemporaneo si orienta soprattutto verso il sesso esplicito, sulla scia de La vita di Adèle e I Want Your Love, Guadagnino firma un emozionante racconto di formazione estivo dalle parti di Rohmer dove predominano le fluttuazioni del desiderio, l’impeto giovanile, la fame di vita e conoscenza.

Eppure l’inebriante storia d’amore ambientata nel 1983 tra il diciassettenne colto e polistrumentista Elio e l’americano ventiquattrenne Oliver, studente di archeologia del padre e ospite nella sua splendida villa con frutteto “Da qualche parte nel nord dell’Italia” (è stato girato nei dintorni di Crema), entrambi ebrei, ha un suo erotismo fiammeggiante, pulsionale e anche un po’ feticista – quel costume da bagno annusato voluttuosamente – che carbura lento e sotterraneo, al punto che il primo approccio tra i due ragazzi avviene dopo un’ora di un film che dura più del doppio, dopo vari ciondolamenti etero, per esplodere appassionato nell’ultima mezz’ora, magnifica, a cui assistiamo anche al più commovente discorso di un padre a un figlio omosessuale mai visto al cinema.

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Assolutamente cult la scena di masturbazione con la pesca matura che rischiava il ridicolo involontario e invece è risolta con una strana, perversa eleganza.

La rivelazione di Chiamami col tuo nome è Elio, il sorprendente Timothée Chalamet, attore newyorchese ventiduenne di origine franco-russa che ha avuto una meritata nomination all’Oscar dopo essere stato candidato ai Golden Globes, vibrante e preciso nel dare corpo a un personaggio che non cerca di essere simpatico a tutti i costi allo spettatore (anzi, è onestamente un po’ snob e sfuggente).
Funziona la chimica con Oliver del New England, l’adone scultoreo Armie Hammer, biondo e classicheggiante, il tipico hunk americano da sogno adolescenziale, l’”usurpatore” della stanza da letto di Elio che gli ruberà il cuore, una “combinazione atipica” come la sua famiglia italiana ma anche francese e americana. È forse meglio parlare o morire?”, dubbio amletico da coming out come rito di passaggio inevitabile, da fare prima a sé stessi che ai propri cari.

Chiamami col tuo nome

Ma la vera protagonista del film è la bellezza: la bellezza della scoperta, di un sentimento nuovo, che emerge dai flutti del subcosciente come una splendida statua ellenistica; la bellezza superba della cultura alta che dialoga in più lingue, con Elio che passa con candida nonchalance dalla lettura di Armance, primo romanzo di Stendhal che fece scandalo perché parlava di impotenza senza mai nominarla direttamente, a una variazione pianistica di Bach “Come l’avrebbe suonata Busoni se avesse modificato la versione di Liszt”; la bellezza quieta di una ritrovata Amira Casar, la mamma italofrancese Annetta, e della paternità dolce e saggia di Michael Stuhlbarg, il professor Perlman (memorabile il suo “Soffochiamo così tanto di noi per guarire più in fretta, così tanto che a trent’anni siamo già prosciugati”); la bellezza italica un po’ vintage – l’ambientazione anni Ottanta è impeccabile, dalle musicassette dei walkman alle sigarette Nazionali passando per un pezzo comico di Grillo in tv su Craxi – che tanto è amata dal pubblico straniero, anche nei suoi cliché, è valorizzata al massimo ed è sicuramente una delle ragioni dello straordinario apprezzamento all’estero del film.

Chiamami col tuo nomeMagistrale è la rappresentazione del naturalismo apparentemente semplice che pervade l’intero film, a cui contribuisce la splendida fotografia del thailandese Sayombhu Mukdeeprom, luce sublime del cinema di Apichatpong Weerasethakul, uno dei più bravi al mondo a illuminare la giungla, quindi la natura selvaggia. Certo, si sente il tocco della sceneggiatura di James Ivory che ha adattato abbastanza fedelmente lo scorrevole romanzo di André Aciman cambiando la parte finale (il viaggio è a Roma e non a Bergamo) e riducendo i riferimenti letterari tra cui quelli danteschi. “Later!”, “dopo”, è la parola tormentone che ripete spesso Oliver e con cui inizia il romanzo, quasi un invito a prolungare l’attesa di un incrocio di sguardi, una carezza accennata, uno sfioramento di “troppa epidermide”, un massaggio furtivo a un piede o a una spalla, un bacio fremente.

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Guadagnino è il regista più viscontiano che abbiamo e il suo formalismo estetizzante si sposa alla perfezione con la visione idilliaca della campagna lombarda in cui si prova persino nostalgia malinconica per l’omosessuale d’antan in rosa antico con fidanzato su rombante Citroën DS d’epoca, coppia amica di famiglia soprannominata malignamente “Sonny e Cher” con disappunto del professor Perlman: “Perché sono gay o sono ridicoli?”.

Chiamami col tuo nome

Chi è stato adolescente negli anni ’80, in particolare, sentendosi inadeguato nell’universo, amerà fino allo strazio Chiamami col tuo nome, in uscita oggi grazie a Warner Bros Italia, e non smetterà di canticchiare la splendida colonna sonora in cui ritroviamo la poco esplorata Bertè di J’adore Venise accanto a Ryuichi Sakamoto e John Adams. E vorrà rivederlo. Later.