CinemaSTop: da vedere la carica dei 250 cani nel trascinante White God

Escono anche la commedia Se Dio vuole, l’epico Il padre e il dramma L’amore non perdona.

Lili e i suoi 250 cani vagabondi nel trascinante White God – Sinfonia per Hagen, tra fiaba Disney e critica sociale

“White God – Sinfonia per Hagen” è il titolo da vedere questa settimana, perché il più visionario, originale e orgogliosamente animalista. Si tratta di un insolito ‘filmeticcio’ tra fiaba Disney e film d’autore di critica sociale. È diretto da un regista ungherese, Kornél Mundruczó, noto nel circuito festivaliero per perle autoriali quali “Delta” e “Tender Son”. Per la prima volta si rivolge al grande pubblico colpendo nel segno con questo trascinante ‘dog-fight drama’ che ci aveva appassionato a Cannes l’anno scorso dove aveva vinto il Certain Regard. E fuori dalla sala avevamo accarezzato il magnifico protagonista, il labrador Body (in realtà i protagonisti sono due, poiché è stata utilizzata una ‘controfigura canina’ praticamente identica, Luke, come ci ha spiegato la sua dog sitter).

Siamo a Budapest, dove una fantomatica nuova legge prevede una tassa gravosa sui cani meticci. Molti proprietari di animali abbandonano così i loro bastardini, e la stessa sorte tocca alla suonatrice di tromba tredicenne Lili (Zsófia Psotta) che, per colpa del suo crudele papà, è costretta a lasciare per strada il suo adorato Hagen. La povera bestia dovrà affrontare pericolosi accalappiacani e addestratori da combattimento mentre Lili inizia una lunga odissea alla sua ricerca.

Non erano mai stati diretti su un set così tanti cani – ben 250, premiati col Palm Dog Award – e le scene di massa sono straordinariamente affascinanti ed efficaci per “un racconto ammonitorio sul rapporto tra le specie superiori e i loro disgraziati subalterni”, come lo definisce il regista. “La nostra detestabile sicurezza piena di bugie e di verità squilibrata è orientata all’addomesticamento delle minoranze – sostiene Mundruczó – mentre in realtà quello che si desidera veramente è distruggerle, negando in maniera ipocrita le disuguaglianze e non credendo né nella pace né nella possibilità di una convivenza pacifica. Ciò nonostante ho scelto come soggetto gli animali invece delle minoranze. L’ho fatto perché volevo focalizzarmi liberamente su questo tema delicato; liberamente e con il minor numero possibile di tabù. Quindi racconto una storia di animali, una specie a cui non è più riconosciuto il ruolo di migliore amico dell’uomo. Ora l’uomo li ha traditi e in cambio loro si rivoltano contro quelli che una volta erano i loro padroni e compagni per poter affermare la loro esistenza”.

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Da vedere.

“Se Dio vuole”, il figlio creduto gay vuole farsi prete

Andrea è un brillante studente di medicina, sensibile e introverso. In famiglia serpeggia il dubbio: che sia gay? Una sera sembra arrivato il momento del coming out ma i parenti, esterrefatti, scoprono che Andrea ha deciso di diventare sacerdote. A non accettare la scelta del figlio è soprattutto papà Tommaso (Marco Giallini), cardiochirurgo ateo convinto, il quale fronteggerà colui che ritiene il responsabile del ‘lavaggio del cervello’ ad Andrea, il prete sui generis Don Pietro (Alessandro Gassman). Ecco “Se Dio vuole”, commedia leggera ma non troppo di Edoardo Falcone, che inaugura il filone del tema mistico calato nella contemporaneità: a Natale vedremo il film di Luchetti su Papa Francesco mentre è in postproduzione lo spagnolo “Francesco: il padre Jorge” con Dario Grandinetti. A questo proposito Alessandro Gassman ha dichiarato a Vanity Fair: “Papa Francesco mi è molto simpatico. Da sempre sono moderatamente di sinistra e debbo ammettere che in questo momento, in questo Paese, il mio riferimento di sinistra è lui. Di Don Pietro in Italia se ne vedono pochi, mi piacerebbe vederne di più. Lui è uno che si sporca le mani e più che dire che cosa fare fa. Questi sono i preti che preferisco”.

Il fascinoso Fatih Akin è “Il Padre” muto alla ricerca delle figlie dopo il genocidio armeno

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Chi ama il cinema d’autore che indaga nella Storia attraverso significative vicende individuali, può scegliere “Il Padre” (“The Cut”) di Fatih Akin in cui si racconta del giovane fabbro Nazaret (Tahar Rahim, il fascinoso protagonista de “Il Profeta”), sopravvissuto al genocidio armeno da parte dei turchi (1915-1916) ma muto per una ferita alla gola che gli ha reciso le corde vocali. Andrà alla ricerca in giro per il mondo, dalla Siria a Cuba e perfino in North Dakota, delle due figlie che scopre essere ancora vive. Presentato in concorso all’ultimo Festival di Venezia, è un epico semi-kolossal classicheggiante accolto piuttosto con freddezza dalla critica. Adolf Hitler, a proposito di questa tragedia occultata per molto tempo, arrivò a dire: “Chi, dopo tutto, parla oggi dell’annichilazione degli Armeni?”.

Firma la sceneggiatura insieme al regista il grande Mardik Martin, storico collaboratore di Scorsese, nato in Iran ma di origine armena.

“L’amore non perdona”: il razzismo è doppio se ami un giovane nero e sei una sessantenne

Esordio nel cinema di finzione di Stefano Consiglio, ex assistente alla regia di Benigni, Monicelli e Bertolucci, nonché autore del corretto documentario gay “L’amore e basta”, ecco un dramma sentimental-sociale sul doppio razzismo che arriva a minare la relazione tra un’infermiera neosessantenne franco italiana che vive a Bari, Adriana (l’ottima Ariane Ascaride, moglie e musa di Guédiguian), e un immigrato di Tangeri, il trentenne Mohamed (Helmi Dridi). A opporsi con bieca determinazione sono soprattutto la figlia di lei, interpretata da Francesca Inaudi, e la famiglia marocchina di lui. Con echi del fassbinderiano “La paura mangia l’anima”, si tratta l’argomento tabù dell’amore transgenerazionale innestandolo con una delle discriminazioni primarie, quella del colore della pelle. “I genitori non ballano, non ridono troppo e non fanno mai l’amore” dice Adriana alla figlia. Musiche del maestro Nicola Piovani.

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