CinemaSTop, ecco il sadomaso prêt-à-porter di 50 sfumature di grigio

Escono anche 3 film da Oscar: lo storico Selma, il musicale Whiplash e l’esotico Timbuktu

Cinquanta sfumature di grigio, ecco il sadomaso prêt-à-porter tratto dal bestseller di E. L. James

Accolto tiepidamente a livello internazionale (TimeOut lo definisce “tristemente softcore”, Variety parla di “qualche risata imbarazzata”), arriva lo strombazzato “Cinquanta sfumature di grigio” della regista inglese Sam Taylor-Johnson tratto dal bestseller da cento milioni di copie nato come fan fiction di “Twilight” dai polpastrelli di E. L. James, pseudonimo della londinese Erica Leonard.

I critici sono unanimi nel notare con sorpresa che di sesso e nudo esplicito c’è assai poco ma alcuni hanno lodato un certo consapevole umorismo che evita di precipitare nel ridicolo involontario. Certo, dopo le vertigini hard dello spanking estremo di “Nymphomaniac” e qualsiasi accessibile sito fetish online alla Bound Gods, scandalizzare con l’eros diventa difficile e si punta dunque sul carisma degli attori, alla conquista di un pubblico giovanile: ecco lo slavatino Jamie Dornan (si vede nudo solo posteriormente) che ha sostituito il più corposo Charlie Hunnam – era stato preso in considerazione anche Matt Bomer, ma la sua omosessualità dichiarata pare l’abbia penalizzato – nel ruolo del miliardario Christian Grey pronto a sottomettere la studentessa timidella Anastasia (una squittente Dakota Johnson) con tanto di contratto stipulato che specifica le dominazioni a suon di divaricatori anali e attrezzeria varia. Si preannuncia una confezione glam superpatinata. Sarà innocuo sadomaso prêt-à-porter?

Selma, la storica marcia di Martin Luther King verso i diritti civili

Due nominations agli Oscar – miglior film e canzone originale, ‘Gloria’ di John Legend featuring Common – per l’importante “Selma”, film classico e necessario sulla sanguinosa marcia – vi furono dozzine di feriti – che si svolse dal 21 al 25 marzo del 1965 (era il terzo tentativo) da Selma a Montgomery, in Alabama, di un gruppo di coraggiosi manifestanti guidati da Martin Luther King con l’obiettivo di ottenere il diritto al voto per le persone di colore. Pochi mesi prima, a dicembre, King aveva vinto il premio Nobel per la Pace e nominato ‘uomo dell’anno’ da Time Magazine che lo definiva ‘il Gandhi americano’. Il Presidente Johnson avrebbe poi firmato lo storico Voting Rights Act l’otto agosto dal 1965. Dirige Ava DuVernay, regista ‘indie’ che arriva dalla tv, mentre David Oyelowo (“A Most Violent Year”) impersona l’illuminato Martin Luther King. Nel cast rilevante troviamo anche Tim Roth, Cuba Gooding jr., Tom Wilkinson, Giovanni Ribisi e Oprah Winfrey.

Whiplash, quel prodigio di batterista torturato dall’insegnante inflessibile

Chi ama la musica e l’universo creativo che ruota intorno alle sette note, non si perda “Whiplash”, acclamato dramma americano di Damien Chazelle da cinque nominations agli Oscar e già vincitore al Sundance e a Deauville (pare quasi certa la statuetta come migliore attore non protagonista al caratterista J. K. Simmons). Uno studente di batteria jazz nella più prestigiosa scuola di musica newyorchese, Andrew (Miles Teller), si imbatte in un insegnante di massima severità che pretende moltissimo – forse troppo – dai suoi allievi. Sarà una sfida sanguinosa in senso proprio e figurato.

“Ci sono molti film sulla gioia della musica – spiega il regista -. Ma come giovane batterista in un’orchestra di jazz da conservatorio, l’emozione che provavo più frequentemente era un’altra: la paura. Paura di perdere un colpo. Di sbagliare un tempo. Ma più di tutte, la paura del mio insegnante. Con ‘Whiplash’ volevo fare un lungometraggio sulla musica che sembrasse un film di guerra o un gangster movie. […] La leggenda jazz che mi ha sempre intrigato di più era quella del giovane Charlie Parker. Se aveste chiesto ai contemporanei di Charlie, quando aveva 16 o 17 anni, chi tra i giovani emergenti di Kansas City sarebbe diventato il più grande musicista della sua generazione, nessuno avrebbe scommesso su Charlie”.

Com’è dura la vita nella maliana Timbuktu oppressa dagli jihadisti

Ideale per chi ama il cinema d’autore esotico, ecco arrivare da uno stimato autore mauritano, Abderrahmane Sissako – giunge sempre troppo poco cinema africano nel nostro Paese, e questa è un’occasione da non perdere -, un dolente dramma civile candidato agli Oscar come miglior film straniero, “Timbuktu”. Nel deserto circostante quest’antica città immersa nell’Africa Sahariana, vivono tranquillamente il bovaro Kidane con la moglie Satima e la figlia dodicenne Toya, al riparo dalle oppressioni del regime jihadista che impone continui divieti, dall’ascoltare musica al giocare a palla e allo stare seduti fuori dalla porta di casa. È addirittura vietato alle donne mostrare qualsiasi parte del corpo, persino le mani, costringendole a usare continuamente i guanti oltre al velo integrale.

Un banale incidente – uno dei buoi di Kidane s’impiglia nelle reti di un pescatore – scatena una tragedia che porterà Kidane a processo in città imprigionandolo nelle maglie di un sistema crudele e disumano. Il direttore della fotografia è lo stesso del cult lesbico “La vita di Adèle”, l’apprezzato Sofian El Fani. Uno sguardo lucido e rigoroso sull’opprimente realtà di un mondo apparentemente lontano, perfetto per cinefili di stretta osservanza.