#CinemaSTop: El Club e Spotlight, due film importanti sulla pedofilia

Il potente dramma di Larrain e il candidato a 6 Oscar svelano gli orrendi abusi dei preti

Potete trovare in sala due film su un tema di stretta attualità, la pedofilia nella Chiesa Cattolica, forti e importanti, assai diversi fra loro. Il cileno El Club del grande Pablo Larrain e lo statunitense Spotlight di Tom McCarthy. Paradosso: El Club è bellissimo, duro e scabro ma ha bucato la nomination nella cinquina dei migliori film stranieri (vincerà lo sconvolgente dramma ungherese Il figlio di Saul su Auschwitz, è già scritto). Troppo autoriale e troppo poco spettacolare per l’Academy, il potente El Club. Spotlight è meno bello ma molto New Hollywood, film d’inchiesta rigoroso ed essenziale, insistentemente dialogato, purtroppo noioso. Ha sei nominations, tra qui quelle pesanti di miglior film, regia, sceneggiatura e attore non protagonista (Mark Ruffalo di The Normal Heart, sempre più impegnato). Rischia però di vincere solo la sceneggiatura, perché l’arraffatutto sarà probabilmente The Revenant con l’Oscar talmente sospirato a DiCaprio che se ne non glielo danno a mani basse ci sarà sicuramente una sobillazione popolare.

El Club non è solo una casupola ai confini del paesotto cileno di La Boca sferzato dai venti e abbandonato da Dio, dove un manipolo di sacerdoti pedofili è relegato insieme a una ex suora anche lei variamente peccatrice: è la Chiesa stessa, una setta autoriferita e ricolma di segreti che col Male ci va a pranzo e cena, verrebbe da dire, dopo aver assistito alla potente lezione mai moralistica di Larrain. Una piccola comunità scossa dal suicidio dell’ultimo prete arrivato e da una misteriosa vittima di abusi che si fa viva proprio al di là delle finestre dell’apparentemente quieto microcosmo dove la bestia è già di casa, ma è un innocente levriero (“L’unico cane citato nella Bibbia”) usato per corse competitive, unico svago dei poveri pretacci.

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Aperto dalla citazione della Genesi E Dio vide che la luce era buona e separò la luce dalle tenebre”, quindi tutto giocato su luci e ombre mortifere, accompagnato da una nenia costante come un infinito rosario per la morte della coscienza (collettiva, dell’intera comunità cristiana, complice dell’osceno silenzio nei confronti dei crimini perpetrati ai danni dei bambini), El Club fa venire i brividi come potrebbe solo Abel Ferrara nella scena in cui la vittima svela quanto sia manipolatorio – verrebbe da dire anche erotico, ma ci sentiamo già in colpa solo a pensarlo – il gioco di seduzione col bellissimo angelo, un Cristo Santo dallo sguardo divino, sacerdote ex missionario arrivato dall’alto per sistemare la questione e il giallo del suicidio. La descrizione particolareggiata dei riti sessuali, l’ossessività diabolica dell’abuso, rendono il film una lenta discesa negli Inferi di crimini perpetrati e rimossi, con cui la Chiesa inizia solo ora a fare veramente i conti: ma l’orrore vero si è già compiuto, ed è la rimozione dei crimini commessi dai sacerdoti già defunti, nascosti nell’omertà fino alle sfere più alte (la suora svela il patto di reciproca copertura fino al Vaticano), destinati all’oblio e alla negazione di ogni possibile confessione e pentimento.

Se poi si pensa che il cardinale Bernard Francis Law, accusato di aver coperto la rete di ben 87 preti pedofili nella diocesi di Boston, è stato ‘promosso’ a Santa Maria Maggiore dopo lo scandalo svelato dai prodi giornalisti del Boston Globe vincitori del Pulitzer, caso shock raccontato da Spotlight, beh, c’è davvero da tremare. Anche in questo dramma forte ma un po’ prigioniero di una sceneggiatura divoratutto che azzera le personalità dei protagonisti per far emergere tutto lo scrupoloso lavoro dei giornalisti (eccezion fatta per il bravo Mark Ruffalo), sono le confessioni degli abusati raccontate nel dettaglio, i particolari osceni, il male nella quotidianità del dolore, a creare sconcerto nello spettatore: è incredibile quanto una città grande come Boston sia stata tenuta in scacco da una conventicola di potenti che proteggevano gli alti prelati affinché non si potesse associare alla loro città uno scandalo che stava assumendo proporzioni impressionanti.

Domenica notte Spotlight combatterà contro la furia avventurosa del cacciatore di orsi The Revenant di Iñarritu – che potrebbe fare il bis un anno dopo i successi di Birdman – mentre per le categorie tecniche potrebbe spuntarla l’elegantissimo Carol di Todd Haynes (speriamo almeno costumi e fotografia: potrebbe farcela pure Rooney Mara come miglior attrice non protagonista anche se la frontrunner resta Alicia Wikander per il transgender The Danish Girl). Noi puntiamo sulle musiche di Ennio Morricone, alla sua sesta nomination, per il grande sottovalutato di quest’anno, il geniale western rivoluzionario The Hateful Eight di Quentin Tarantino: dopo l’Orso d’Oro a Berlino, andato al doc Fuocoammare di Gianfranco Rosi, sarebbe un bel modo per far capire che il cinema italiano non è un cineclub di raccomandati ma è vivo, vitale e non viene premiato solo a casa nostra.