CinemaSTop, le meraviglie di luce nel biografico Turner di Mike Leigh

Escono anche l’epico Unbroken della Jolie e le commedie Gemma Bovery e Italiano Medio

Turner, che meraviglie di luce per ricreare l’universo creativo del pittore Turner

Quattro nominations tecniche agli Oscar (fotografia, scenografia, costumi e musiche) per il raffinato biopic “Turner” di Mike Leigh sul pittore inglese Joseph Mallord William Turner (1775-1851), il più celebre paesaggista inglese. Girato in digitale con sofisticati effetti di valorizzazione della luce dal grande cinematographer Dick Pope, si concentra sull’ultimo quarto di secolo della vita di Turner (è un peccato che non si sappia praticamente nulla della madre affetta da malattia mentale). Lo impersona un gigantesco Timothy Spall, premiato a Cannes, in grado di rendere quasi tangibile l’umanità scontrosa di un personaggio piuttosto burbero e solitario, dal grugnito animalesco, molto legato al padre barbiere, con due figlie illegittime e, in tarda età, accudito da un’amorevole locandiera (Marion Bailey, nella vita reale la compagna del regista). Nessuna oleografia, molta partecipazione negli struggimenti artistici di Turner per la sua svolta quasi astrattista poco apprezzata e qualche lungaggine: due ore e mezza sono onestamente troppe per la vita piuttosto ordinaria del ‘pittore della luce’. Consigliamo la versione originale che s’intitola “Mr. Turner” (perché togliere il Mr.?) per ammirare l’elaborato lavoro sull’inglese dell’epoca di Spall. Da vedere.

Italiano Medio, esordio top per la commedia turbo-trash di Maccio Capatonda con fake trailer gay

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Su Internet impazza un fake trailer queer di Italiano Medio, ‘filMaccio’ demenziale vertiginosamente trash – tanto per farvi capire il livello, pare che ci sia il peto più lungo della storia del cinema italiano – per la regia di Marcello Macchia, più noto come Maccio Capatonda, interessante comico abruzzese cresciuto sul web grazie a sketch parodici diventati cult e approdati poi in tv. Vediamo il protagonista Giulio Verme (!) del ‘film diverso’ innamorarsi di Herbert Ballerina (Luigi Luciano) per poi scoprire che di mestiere fa la prostituta trans in strada. Il ‘vero’ Italiano Medio è invece una parodia over-tamarra di “Limitless”, in cui il protagonista colto e ambientalista prende una misteriosa pasticca che gli riduce le capacità intellettuali fino al due per cento: rozzo e imbarbarito, diventerà una celebrità in un reality show televisivo. Esordio top al botteghino: nel primo giorno di programmazione ha incassato ben 320.000 euro, migliore risultato di un film italiano da un anno a questa parte. Consigliato strettamente ai trash-intenditori.

Quanta agiografia cristologica nella deludente epica eroica di “Unbroken” diretto da Angelina Jolie

Seconda regia di Angelina Jolie dopo l’ugualmente bellico “Nella Terra del Sangue e del Miele”, lo spettacolare “Unbroken” aveva tutte le carte in regola per essere un magnifico film: una storia vera di provvido eroismo, il corridore italoamericano Louie Zamperini (morto l’anno scorso a 97 anni), sopravvissuto a bombardamenti aerei, naufragi, campi militari giapponesi e via dicendo; una sceneggiatura blindata, scritta dai fratelli Coen con Richard LaGravenese e William Nicholson, tratta da un bestseller di Laura Hillenbrand; un budget faraonico da vero kolossal di 65 milioni di dollari. Eppure “Unbroken”, nonostante la confezione impeccabile che dimostra un’indiscutibile professionalità tecnica (in particolare la fotografia del grande Roger Deakins candidata all’Oscar con montaggio e missaggio sonoro), non emoziona quasi mai, anche perché il protagonista Jack O’Donnell è piuttosto inespressivo come quasi tutto il giovane cast di soldati belli e perfettini scelto dalla regista. E sul film manicheo – i giapponesi sono tutti crudeli a livello disumano – aleggia costantemente un santificante spirito agiografico che diventa addirittura cristologico nella scena madre della trave sollevata per un tempo infinito davanti al militare dagli occhi a mandorla. Si può anche evitare.

Gemma Bovery, un soffio di grazia spensierata nell’ariosa commedia di Anne Fontaine fra Flaubert e le baguettes

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Se cercate una commedia leggera scacciapensieri ma non volgare, sulla carta vagamente intellò, ecco il francese “Gemma Bovery” di Anne Fontaine tratto da una graphic novel di Posy Simmonds (autrice di “Tamara Drewe” da cui Stephen Frears aveva tratto il film omonimo con la stessa protagonista, Gemma Arterton). L’intellettuale Martin (Fabrice Luchini), appassionato in particolare di Flaubert, torna in Normandia dove riapre la panetteria del padre. Una coppia di giovani inglesi si insedia in un rustico nelle vicinanze di casa sua: sono Gemma e Charles Bovery. L’assonanza col suo adorato “Madame Bovary” e la burrosa avvenenza di Gemma fanno invaghire Martin che però ha moglie e figlio… I punti di forza potrebbero essere la bravura istrionica di Luchini e la luminosa bellezza della Arterton. E riscoprire la natura di una Normandia agreste ed accogliente potrebbe essere un valore aggiunto.