#CinemaSTop Speciale Cannes: Juste la fin du monde, piccolo massacro fra parenti nel potente film di Xavier Dolan

Convince il dramma da camera claustrofobico tratto da una pièce teatrale di Jean-Luc Lagarce. Cast in stato di grazia

CANNESDelirio Dolan: ieri sera una coda interminabile si dipanava davanti alla Salle Bazin, al punto che è stato necessario aggiungere un’altra proiezione al Palais K. Noi siamo entrati dopo due ore d’estenuante attesa. Ma ne è valsa la pena.

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È affascinante Juste la fin du monde, potente dramma da camera claustrofobico, nuovo lavoro del prodigio canadese Xavier Dolan (anche regista del famosissimo video “Hello” di Adele), ventisette anni e già sei film, nuovamente in concorso a Cannes dopo il Premio della Giuria due anni fa col pregevole Mommy.

Juste la fin du monde 3Qui adatta una pièce teatrale di Jean-Luc Lagarce scritta nel 1990 quando scoprì di avere contratto l’Aids (morirà cinque anni dopo). Louis è un drammaturgo gay che torna nella casa famigliare in campagna dopo dodici anni per annunciare la sua morte imminente. Ma i suoi parenti continuano a parlarsi addosso, sembrano incapaci di ascoltarlo, e una sorta di isteria collettiva è pronta a esplodere incontrollata. La regia sofisticata di Xavier Dolan evita la trappola del teatro filmato ed è fatta quasi tutta di primi piani serrati, spesso immersi nell’ombra, pronta a cogliere ogni sfumatura di un volto, una bocca, un labbro. Quasi a cercare l’espressività nel dettaglio muto in contrasto col fiume spesso insensato di parole, e a dare corpo al palpabile disagio del protagonista è un dolente Gaspard Ulliel, perfetto nella sua esitazione costante, nel dolore trattenuto.

Juste la fin due monde 4Cast in stato di grazia, tutto francese: Nathalie Baye è la madre appariscente, ipertruccata e costantemente sopra le righe; la sorella minore Suzanne (Léa Seydoux) cerca di ritrovare un fratello che non ha mai veramente conosciuto se non attraverso le cartoline inviate regolarmente per ogni festività tradizionale; la cognata Catherine (Marion Cotillard) cerca di placare gli animi con la sua mitezza un po’ rassegnata mentre l’isterico fratello Antoine (Vincent Cassel, il più bravo: il delirante e ossessivo monologo in auto è una perla di bravura) è aggressivo verbalmente e ne ha davvero per tutti. Se le parole urticanti perdono di significato, ecco recuperare il valore e l’importanza delle immagini, che riemergono dal passato come flash di serenità che possono essere la corsa in un prato o una coperta colorata.

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Così a Louis non resta che chiudersi nella propria solitudine, consapevole che nessuno in famiglia riesce davvero a comunicare con gli altri, e l’unico rifugio è ricordare attimi fulgidi quali un fiammeggiante incontro amoroso col vicino Pierre (la scena gay più bella del festival, con un’esplosione di musica, colori e ralenti glam che fanno da sempre lo stile di Dolan). Ma il tempo incombe minaccioso, implacabile, con quel metaforico orologio a cucù che vorrebbe liberare l’uccellino alla ricerca di una via di fuga impossibile: l’unica salvezza è forse ‘sentire’ il tempo, attraverso l’armonia della musica in opposizione al rumore di fondo delle parole senza profondità? Ecco che proprio le scelte musicali – da sempre ricercate e mai banali nel cinema di Xavier Dolan – si fanno forza vitale (esplode anche la splendida Natural Blues di Moby). E il dolore acquista un senso.

Juste la fin du monde verrà distribuito in Italia da Lucky Red durante l’autunno.

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