#CinemaSTop, Ti guardo: i padri ci vedono. Scabro, rigoroso, magnifico

L’essenziale dramma di Lorenzo Vigas, Leone d’Oro di raro rigore. Da vedere e rivedere.

I padri ci osservano. Da qui e da lassù. Scabro, essenziale, profondamente fassbinderiano, Ti guardo (Desde alla’) di Lorenzo Vigas è un film bellissimo. È un raggio di luce tetra che unisce, per sempre, Armando, un uomo mesto, grigio, devitalizzato come i denti che ricrea in vetroceramica o simili nel suo laboratorio di odontotecnico, ed Elder, un ragazzo selvaggio, meccanico e ladruncolo, compulsivamente privo di controllo, persino nel mangiare e nel bere, ma vivo, fortissimamente vivo. E senza un padre. O meglio ce l’ha, forse, nel peggior carcere di Caracas.

Ti guardo è una storia d’amore bellissima, che non ha bisogno di molte parole, di ‘spiegare’, di sorprendere lo spettatore con le svolte thriller, di conquistare con la malìa della sorpresa ad effetto. Anzi, provoca: diciamolo, è una storia incestuosa – osiamo, come osa il film! – tra un figlio che non ha mai perdonato suo padre e un figlio putativo che ha bisogno di un padre come di qualcuno da amare, sì, pure fisicamente (la scena d’amore tra le lenzuola è una delle più potenti e radicali viste ultimamente al cinema). Ricordiamo che nel cinema queer i rapporti padre-figlio raccontati con tale intensità sono rarissimi – persino un maestro come Sokurov si infuriò quando alcuni giornalisti osarono ravvisare spettri omosessuali nella relazione incestuosa nel sublime Padre e figlio (per il resto il ‘padre assente’ è più di uno stereotipo queer: ci vengono in mente solo papà gay – Beginners – o macchiette grottesche – il padre disperato con due figli gay nell’ozpetekiano Mine Vaganti).

Sì, perché Alfredo Castro, cileno, alter ego feticcio del Maestro Pablo Larrain, non solo è uno dei più grandi attori viventi, ma suona armonie celestiali in perfetto vibrato con Luis Silva, puro istinto e qualcosa di Brando da giovane, bocca semiaperta come Adèle Exarchopoulos di La vie d’Adèle ma più animale selvatico, il cui corpo non appartiene né mai apparterrà ad Armando che paga solo per guardare, e masturbarsi in silenzio, ‘da lontano’, come recita il titolo originale. Ma quel padre vivente, che Armando non vorrebbe fosse tale, c’è, col suo passato, col suo segreto, con quel carico di colpe che ‘hellingerianamente’ Elder rischia di caricarsi addosso, anche perché ‘essere frocio’ in Venezuela è uno stigma che ti esclude in automatico dal gruppo di amici, dalla famiglia, dall’intera società.

C’è qualcosa di profondamente morale che rende Ti guardo un superlativo Leone d’Oro a dieci anni esatti dallo stesso premio andato al cultissimo Brokeback Mountain, e chissà che non conquisti anch’esso un suo pubblico affezionato, e non solo una stretta cerchia di cinefili osservanti. E di fassbinderiano c’è quella svolta sadomasochistica analizzata persino ‘chirurgicamente’, quel senso dell’amore come forma di potere e dominazione, quello scambio materiale (ah, la macchina come simbolo ‘borghese’ del passaggio di consegne generazionali da padre a figlio!).

Ti guardo è l’esordio folgorante di un neo-regista, Lorenzo Vigas, diventato papà proprio a ridosso del premio veneziano, con un’idea fortissima di ‘senso della visione’: esclude con il flou ciò che deve rimanere fuori campo; pedina i personaggi con discrezione, alla giusta distanza, come facevano Zavattini e, oggi, i fratelli Dardenne; non concede nulla al piacere onanistico della visione inutile, ritualistica, a suo modo ‘masturbatoria’; evita orpelli inutili e riesce persino nel guizzo melò – forse sì, l’unico orpello, eppur necessario, per capire il rapporto tra Elder e la madre – nella scena della festa con quel bacio clandestino, così importante, così significativo. E così il finale spiazzante, vera mannaia visiva, che ha causato lacrime e commenti accesi: non può lasciare indifferente nemmeno il più cinico degli spettatori.

E ancora una volta il cinema queer sudamericano si dimostra la fucina più stimolante e intelligente a livello mondiale, capace di sorprendere e non ripetersi – da Pablo Trapero allo stesso Larrain, da Lucia Puenzo a Santiago Otheguy, è ormai una scuola di massima autorevolezza, in grado di descrivere con lucido e consapevole rigore una società inquieta, ancora una volta ‘senza padri’ e senza punti di riferimento, divisa tra mercificazione totalizzante (anche in Ti guardo ogni rapporto è regolato da scambi di denaro sonante) e povertà etica, in cui l’effetto forbice – ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri – è ormai sotto gli occhi dell’intero continente, anzi, di tutti e cinque.

In Venezuela uscirà in Aprile, probabilmente non senza polemiche – spiega Lorenzo Vigas – vista la forte omofobia del mio Paese. Il film è tutto basato sulla figura di Armando e sulla sua incapacità di avere empatia con gli altri, ma racconta anche di una società in cui le madri dei ragazzi li preferiscono assassini piuttosto che gay”.