Close-Knit, l’amore di una mamma trans è l’anticipazione poetica del Lovers Film Festival

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Presentato a Torino il sensibile dramma giapponese su una transessuale che ‘adotta’ la nipote del fidanzato.

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È una scelta d’autore bella, coraggiosa, intelligente e anche rischiosa: un film giapponese lungo più di due ore? Sì, sala piena e un caldo applauso sui titoli di coda.

Il sensibile, delicato e poetico Close-Knit (significa ‘famigliarmente affiatato’ ma anche ‘unito e soffice come il lavoro a maglia’) della regista Naoko Ogigami è stato presentato l’altro ieri in collaborazione col Far East Film Festival di Udine in un’affollata Sala Uno del Cinema Massimo come anticipazione del Lovers Film Festival, ossia l’AmaTogay come l’abbiamo già soprannominato: la continuazione dello storico Da Sodoma a Hollywood, già Turin Gay & Lesbian Film Festival, la cui trentaduesima edizione si svolgerà dal 15 al 20 giugno, diretta dall’intelligente e affabile Irene Dionisio e presieduta dallo storico direttore Giovanni Minerba, assente giustificato causa lutto.

La tematica chiave è la famiglia in tutte le sue declinazioni, etero-lgbt o gender fluid, già annunciata come una delle protagoniste del Lovers Film Festival: alla proiezione è seguito un interessante dibattito alla presenza di Porpora Marcasciano, Presidentessa del Movimento Identità Transessuale, (“la tematica famigliare riguarda anche i trans, la cui identità è imprescindibile dal corpo”), della sociologa Chiara Bertone e di Christian Ballarin del Coordinamento Torino Pride.

Sarà un festival inclusivo – ci ha spiegato la direttrice Dionisio di cui abbiamo conosciuto quasi tutta la famiglia: il papà ristoratore, il fratello, il fidanzato – in cui ci sarà spazio sia per il cinema d’autore di tutto il mondo – per quello orientale abbiamo anche un selezionatore che vive a Bangkok, Paolo Bertolin – che quello più mainstream, in equilibrio tra gli orientamenti di coppie di storici programmer del festival, Santoro-Oberto e Bo-Acerbi: quest’ultimo lavora ancora con noi quest’anno. Una delle protagoniste sarà la famiglia, intesa in senso ‘prismatico’, come questo film”.

E Close-Knit parla proprio di una famiglia dalle mille facce, con bimbetta abbandonata da mamma irresponsabile che si rifugia dallo zio che ama la misteriosa Rinko, modi da geisha amorevole e un segreto non tanto segreto: sta cambiando sesso e vorrebbe celebrare l’addio definitivo alla sua vita maschile precedente con una pira di 108 falli (i desideri terreni buddisti) realizzati a maglia, la sua grande passione. La piccola si affeziona a questa creatura che le prepara dei succulenti ‘bento’, cioè le colazioni al sacco nei tipici recipienti lignei, l’accudisce dolcemente, la ama come una figlia, le regala seni fatti a maglia che sembrano dolci gustosi. Ma vallo a spiegare agli assistenti sociali che sono tutto un inchino ma hanno preso in parola le voci maldicenti dei conoscenti malevoli e vedono in quel ‘mostro’ di Rinko una presenza diabolica nella famiglia sicuramente non tradizionale.

Lo stile calibrato ricorda quello di un conterraneo, il sensibile Ryosuke Hashiguchi, che vinse il Togay esattamente vent’anni fa con Like Grains of Sand: molta attenzione all’emotività dei personaggi, ritmo placido ma non contemplativo, l’uso dell’ironia (strepitosa la scena in cui la bimba si vendica al supermercato della conoscente sospettosa). Se la tematica della maternità trans non è certo una novità – si pensi a film di successo come l’almodovariano Tutto su mia madre o a Transamerica – sicuramente nella società giapponese rappresenta ancora un forte tabù, legato agli stereotipi di genere.

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Close-Knit potrebbe trovare un pubblico anche nelle sale tradizionali, quindi cerchiamo di allargarne la famigliarità ‘distributiva’: toc, toc, c’è nessuno?

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