Colette, quanto è brava Keira Knightley nel biopic da non perdere

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Ottima chimica tra Keira Knightley e Dominic West nel film sulla scrittrice francese Colette diretto da Wash Westmoreland.

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In Italia non è ancora conosciuta come meriterebbe, eppure Sidonie-Gabrielle Colette (1873 – 1954) è considerata una delle più innovative e rivoluzionarie scrittrici francesi, una vera istituzione letteraria in patria. Non perdetevi per nessun motivo l’intenso biopic Colette di Wash Westmoreland in uscita oggi grazie a Vision Distribution, vitale e adrenalinica ricostruzione di ciò che rappresentò Colette per la Parigi della Belle Èpoque, ricostruita con impeccabile accuratezza. Il buon film si concentra sulla turbolenta relazione di Colette (perfetta Keira Knightley, un misto cinegenico di androginia e determinazione) col marito Henry Gauthier-Villars detto Willy (Dominic West, azzeccato), influente imprenditore letterario e viveur modaiolo, giunto al successo grazie alla saga di Claudine, in realtà scritta dalla moglie. Claudine divenne un vero e proprio fenomeno sociale del demi-monde parigino, con tanto di taglio di capelli alla Claudine, prodotti di bellezza col suo nome, persino ‘prostitute Claudine’ nei bordelli, analogamente all’originale “dall’ammiccante selvatichezza, dalla spregiudicata sensualità”.

Pare che addirittura Willy chiudesse a chiave Claudine nella stanza della casa di campagna comprata apposta per lei e non la riaprisse finché lei non aveva vergato il numero di pagine desiderato da lui. Il desiderio di autonomia letteraria di Colette non fu l’unico elemento che minò la relazione tra i due: Willy tradiva in continuazione Colette e presto la loro coppia divenne aperta, al punto che Colette, da sempre bisessuale, intrecciò un affaire amoroso con Georgie Raoul-Duval (Eleanor Tomlinson), la quale a sua volta ebbe Willy come amante, in una sorta di ‘triangolo erotico cieco’.

Quando Colette si separò in modo burrascoso da Willy, intraprese una carriera teatrale che le faceva girare in lungo e in largo la Francia. Nel 1905 si legò alla marchesa Mathilde de Morny detta Missy, considerata personalità assai scandalosa perché lesbica dichiarata che si vestiva sempre da uomo. Nel film è resa benissimo dall’attrice irlandese Denise Gough, curiosamente simile a Ellen DeGeneres, quasi un’antesignana gender dal piglio volitivo e determinato.

Resta negli annali il bacio sul palcoscenico del Moulin Rouge tra Colette e Missy durante la messinscena della pantomima Sogno d’Egitto: lo spettacolo fu vietato dal prefetto Lépine mentre in società non si parlava d’altro. Colette si sarebbe poi sposata una seconda volta, col barone Henri de Jouvenel, e avrebbe raggiunto il successo con titoli divenuti epocali come Chéri e Gigi (da cui la MGM nel 1958 trasse un musical celeberrimo e un film da nove Oscar diretto da Vincente Minnelli).

Il film ha richiesto un periodo di gestazione molto lungo, di vent’anni e altrettante bozze di sceneggiatura: “Per molti anni ho lavorato con il mio partner Richard Glatzer – spiega WestmorelandEravamo co-autori, co-registi e compagni di vita. Intorno al 1999, Richard cominciò a leggere Colette, i suoi romanzi ma anche varie biografie, e mi convinse a fare lo stesso. Capimmo che poteva venirne fuori un grande film, specialmente se incentrato sul suo primo matrimonio. Era un periodo davvero cruciale, l’inizio dell’era moderna: si assisteva a movimenti tettonici nella definizione dei ruoli di genere, le donne chiedevano maggior potere in ogni ambito e gli uomini resistevano con tutta la loro forza. Tutto ciò sembrava essere rappresentato alla perfezione dal matrimonio tra due personaggi formidabili: Colette e Willy. Il caso ha poi voluto che, ritiratisi nel 2001 in un maniero del XV secolo nella campagna parigina per una prima stesura della sceneggiatura, Glatzer e Westmoreland conobbero nientemeno che Anne De Jouvenel, la nipote di Colette, amica della zia del padrone del maniero, la quale facilitò enormemente il passaggio dei diritti del patrimonio della scrittrice che sarebbe stato utilizzato nel film.

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Glatzer mancò prima dell’inizio delle riprese a causa di una sclerosi laterale amiotrofica e così Westmoreland decise che “Colette sarebbe stata la sua eredità. Usai il nostro legame per dare una forma artistica e creativa alla storia, narrandola al presente”.

Per popolare i salotti letterari dell’epoca, Westmoreland ha fatto un casting decisamente progressista: “Ho scelto un attore transessuale – spiega il regista – per interpretare un personaggio cisessuale, Jake Graf nel ruolo di Gaston De Caillavet, e ho scelto Rebecca Root, che è un’attrice anche lei transessuale, per il ruolo della scrittrice Rachilde, che, invece, era cisessuale. Questo di norma non succede nei film in costume, e raramente si applica a film ambientati in epoca moderna”.

Uno dei massimi punti di forza è la scelta della straordinaria protagonista: “Keira è una incredibile combinazione di intelligenza e arguzia – asserisce Westmorelandoltre a possedere una innata capacità di comprendere come interpretare personaggi d’epoca; ha l’età giusta per impersonare una donna dai 19 ai 34 anni, e come autrice è molto credibile. Keira è una delle poche persone a racchiudere tutte le qualità di cui Colette aveva bisogno”.

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