Derek Jarman, vent’anni senza il videopittore che riscrisse la Storia

Il grande regista inglese ha lasciato una memorabile galleria di opere queer in grado di reinterpretare l’arte e la storia con spirito militante, dal sensuale cult “Sebastiane” al testamentario “Blue”

Vent’anni (e un giorno) fa, il 19 febbraio 1994 moriva a soli 52 anni, di Aids, il grande regista inglese Derek Jarman. Autore di un cinema visionario, radicale, estatico, erotico, militante, innovativo, realizzò una galleria di raffinati affreschi sperimentali in grado di rileggere la Storia sotto un’ottica queer. Sono mondi reinventati con un forte gusto pittorico, all’inesuasta ricerca di una sperimentazione del linguaggio che ha gettato le basi di certa videoarte contemporanea alla Vezzoli, fondativi del cinema a tematica omosessuale. San Sebastiano diventa così l’oggetto del desiderio di un centurione romano nel sensuale “Sebastiane”, scatenando un’onda di lussuriosa tentazione carnale fra i soldati dell’avamposto ricreato fra le dune sarde. È l’unico film inglese distribuito in patria con sottotitoli perché girato in latino maccheronico.

Ci si proietta poi nell’avanguardia punk di “Jubilee”, in cui Elisabetta I incontra il Signore di Man, ossia la Regina d’Inghilterra attuale, quattro secoli dopo, in mezzo a barbariche rivolte anarchiche e postmodernismi pregender. Jarman rileggerà poi in chiave queer la storia dell’arte (il mirabile “Caravaggio”), Shakespeare (il barocco “La tempesta”), Marlowe (il pop-attivista “Edoardo II”), la filosofia logico-matematica (il teorema teatrale “Wittgenstein”) per arrivare al suo impressionante testamento spirituale, “Blue”, consumato e reso cieco dall’Aids: un’ipnotica tela monocolore in cui Jarman stesso racconta la strage dei suoi amici (quell’elenco infinito di nomi, straziante), l’agonia farmacologica (“la cosa peggiore della malattia è l’incertezza”), il grido di liberazione e autoanalisi gay (“Sono una superchecca virile che si tuffa a vuoto con pessime abitudini / Un leccaculi psicofrocio che molesta le patte delle parti intime / E si immischia con ragazzi lesbici / Eterodemone pervertito che incrocia apposta la morte”).

Poi la musica, il best of degli anni ’80: The Smiths, Eurythmics, Pet Shop Boys. La sua musa era la regale, lunare, magnetica attrice scozzese Tilda Swinton, premio Oscar allora bad girl, ora una delle più brave in assoluto. Alla fine della sua vita Jarman dipinse, dipinse molto, e si dedicò al giardinaggio (durante le riprese del caleidoscopico “The Garden” si ammalò di Aids). Morì circondato dai suoi amici, senza eredi artistici. Nel poco noto libro “Chroma”, dedicato ad Arlecchino, scrisse: “Odio il bianco… Inghiotto le pillole bianche per restare vivo, per combattere il virus che sta distruggendo i globuli bianchi del mio sangue”. Jarman è la Union Jack del cinema gay inglese, la bandiera arcobaleno della storia della Settima Arte queer d’oltremanica, la Memorial Quilt con tutti i colori del mondo. A giant.

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