…E JAMES BOND BACIÒ TRUMAN CAPOTE

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Bacio shock tra il futuro 007 Daniel Craig e Toby Jones, minuto Truman Capote nell'ammirato 'Infamous'. Squarci lesbo in 'The Black Dahlia' e fuga del pubblico per il...

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Deve fare un certo effetto baciare con passione (e con lingua) il futuro e machissimo ‘nuovo’ agente 007 Daniel Craig, mandibola prominente e sguardo sciogli-estrogeni, indiscutibile cineicona etero tramandata nei decenni grazie a illustri paladini straight quali Roger Moore e Sean Connery. È ciò che accade al minuto e ciarliero Toby Jones, interprete del film che a Venezia ’63 ha aperto la sezione Orizzonti, ossia l’ammirato Infamous di Douglas McGrath in cui calza con proprietà le eccentriche vesti dello scrittore Truman Capote (ma la trama è fin troppo aderente a quella del film di Bennett Miller e ne fa, involontariamente, una sorta di remake, pur essendo stato girato solo due mesi dopo).

La scena clou che ha solleticato non poco gli spettatori del Lido avviene in cella quando finalmente si esplicita la profonda attrazione sessuale tra il celebre scrittore e il protagonista del suo libro ‘A sangue freddo’, il pluriassassino in attesa di giudizio (capitale) Perry Smith. Il burbero criminale rinchiuso insieme al complice Dick Hickock viene inaspettatamente coinvolto in un travolgente transfert erotico-sentimentale in cui il narratore delle sue memorie e ultime volontà si potrebbe rivelare persino il depositario dell’unica possibilità legale di riconquistare la libertà. «Mai nella mia carriera avrei potuto immaginare di baciare James Bond. Sono felice di essere stato il primo di una lunga serie» ha dichiarato Toby Jones in conferenza stampa. «All’inizio è stato un po’ ruvido ma poi mi è piaciuto. Io e Craig, non essendo gay, eravamo un po’ imbarazzati: ci ha salvati il nostro sense of humour inglese».

Il bacio omo va ormai alquanto di moda tra i vip straight, tant’è che persino il National Enquirer ha pubblicato una sorprendente foto che mira a demolire un altro mito di virilità etero: John Travolta che bacia sulla bocca un amico sulla scaletta del suo jet privato durante uno scalo a Hamilton, in Ontario.

Ma tornando a Infamous (titolo bisenso che si pronuncia con l’accento sulla ‘I’ e significa sia ‘infame’ che ‘non famoso’), l’aperta omoaffettività di Smith non è l’unica differenza rispetto al controllato Capote di Miller: viene dato più spazio alla psicologia dei personaggi a scapito della costruzione delle atmosfere ma resta comunque molto curata la ricostruzione d’epoca molto fedele ai dettagli di scenografie e costumi, nonché tutto il côté mondano delle frequentazioni dell’autore di ‘Colazione da Tiffany’ (le sue ‘Swans’, donne cigno come la leggendaria direttrice di ‘Vogue’ Diana Vreeland, la sofisticata moglie di Howard Hawks Slim Keith con l’inseparabile amica di sempre Babe Paley moglie del presidente della CBS William e persino un’inedita Isabella Rossellini nei panni di Marella Agnelli che arrivò a dichiarare: “Truman era il confidente di tutti”).

Spettacolare l’assortito cast di grandi nomi hollywoodiani: da una dimessa Sandra Bullock nei panni della scrittrice Harper Lee («ma io non indosserei mai calzini corti in pieno inverno» sostiene la diva) a una melodica Gwyneth Paltrow – una cantante di nightclub che fa commuovere Capote – passando per Sigourney Weaver nei ricercati panni di Babe Paley e Jeff Daniels in quelli composti del sospettoso agente Alvin Dewey.

Toby Jones regge il confronto con l’oscarizzato Philip Seymour Hoffman grazie a uno studio approfondito sulla sua tipica voce miagolante e le sue movenze effettate. «Ho fatto grande attenzione al suo modo di muoversi, al suo compiacimento nell’esibire una sessualità ‘in maschera’, provocatoria».

Nel frattempo, in concorso, un enigmatico e ipnotico film thailandese in concorso fa fuggire alla chetichella il pubblico sbuffante

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Nel frattempo, in concorso, un enigmatico e ipnotico film thailandese in concorso fa fuggire alla chetichella il pubblico sbuffante ma seduce i critici: Sang Sattawat – Luce del secolo di Apichatpong Weerasethakul, regista dell’ostico Tropical Malady, torna all’incedere lento, ai ritmi dilatati e alle derive contemplative che lo caratterizzano con la doppia storia di un medico che tenta di corteggiare una dottoressa invaghitasi di un collezionista di orchidee e di un dentista amante della musica folk innamorato di un monaco buddista che ha in cura (il film è dedicato ai genitori che hanno sempre lavorato in ospedale).

Lunghi piani fissi, dialoghi fuori campo, ellissi narrative con ripetizione di azioni minime in contesti diversi (a sottolineare la filosofia buddista sulla ciclicità dell’esistente): se verrà distribuito pochi riusciranno ad apprezzarne l’eccentricità ma il mistero e il fascino non comune che trasmettono i film di Weerasethakul meritano almeno di essere scoperti.

Squarci di personaggi lesbici, infine, nel noir d’apertura The Black Dahlia di Brian De Palma tratto dall’omonimo romanzo di James Ellroy (che ha definito i film di Tarantino ‘merdine pop’): il doppio premio Oscar Hilary Swank interpreta il ruolo di una ricca maestra bisessuale protetta dai boss della mala, Madeleine Linscott, dalla seducente voce roca e in odor di incesto mentre l’amatissima Jenni Schecter di ‘The L Word’, ovvero l’elegante Mia Kirshner, interpreta la Dalia Nera del titolo, all’anagrafe Elizabeth Short, aspirante attricetta di pornosoft anche saffici, trovata cadavere in un prato di Hollywood nel ’49, con il corpo segato in due. «A Los Angeles la mia Jenni arriva dal Massachusetts con molti sogni e innamorata del boyfriend di Chicago» spiega Mia. «Poi è travolta dalla passione per una donna: la sua vita muta, la sua moralità diventa ambigua. Impersonare Black Dahlia mentre registravo il nuovo ‘L Word’ a Vancouver è stata una grande esperienza. Sono entrata nelle ombre e nei desideri di due donne interessanti». Il lesbismo visto come perversione e vizio decadente fa parte del gioco e dei meccanismi del noir – si vede anche un fumoso locale per sole donne nella Los Angeles d’epoca – per cui è inutile appellarsi al sexually correct: c’è chi ha apprezzato lo stile vertiginoso e hitchcockiano di De Palma capace di regalare due piani sequenza mozzafiato e, in particolare, le seducenti scenografie del nostro Dante Ferretti che hanno ricreato a Sofia (7 containers con 70 auto della polizia e 2 strade interamente ricostruite) le atmosfere dark della Los Angeles postbellica. In una scena suggestiva due uomini piombano dall’alto abbracciati, volano per metri avvinghiati come amanti, si schiantano infine per terra.

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