E SE IL CAPO FOSSE GAY?

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Il mercuriale Lars Von Trier parla per la prima volta di omosessualità in ‘Il grande capo’, una spassosa commedia degli equivoci in cui il finto boss di un’azienda...

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Diavolo di un Lars. Non si ha il tempo di analizzare l’onda lunga che ha portato con sé la rivoluzione del movimento Dogma che il mercuriale genio danese si mette a sfornare due terzi di una trilogia in cui reinventa il teatro rendendolo più cinematografico che mai (Dogville e Manderlay).

Ma ecco che l’amato-odiato Von Trier è pronto a spiazzare nuovamente il pubblico – sarà la volta buona che i suoi detrattori si ricrederanno? – con Il grande capo, una commedia degli equivoci leggera e brillante, ambientata in un’azienda informatica sull’orlo del fallimento. Uno dei superiori assolda un attore fallito di teatro, Kristoffer (l’eccentrico Jens Albinus di Idioti), affinché si spacci per il superboss della compagnia intenzionato a licenziare tutti gli impiegati e firmare un importante contratto con una società islandese.

Un film quasi ordinario se non fosse per lo stile indubbiamente personale: Lars ha utilizzato un innovativo sistema elettronico, l’Automavision, in cui è il computer a selezionare la successione delle inquadrature e i parametri tecnici («sceglievo la prima, poi spingevo il bottone e lui decideva come filmare il resto» spiega Von Trier).

E per la prima volta nella sua carriera affronta esplicitamente il tema dell’omosessualità…

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E per la prima volta nella sua carriera affronta esplicitamente il tema dell’omosessualità: una delle dipendenti, infatti, crede che il ‘grande capo’ sia gay e ciò causa spassosi equivoci a catena, anche perché Kristoffer è, al contrario, un donnaiolo impenitente e un’avvenente impiegata, Lise (la brava Iben Hjejle di Mifune), farà di tutto per avere un rapporto sessuale con lui. Già cult la battuta di lei, quando, piegata sulla scrivania mentre Kristoffer si sta slacciando i pantaloni, gli chiede timorosa: «Non ti confonderai? Guarda che io ho due buchi!». E dire che Von Trier, in realtà assai filogay – qualche anno fa ha coprodotto con la sua Zentropa il porno gay Hot Men Cool Boyz di Knud Vesterskov – ha sempre sostenuto di essere un «regista eterosessuale nel senso che colui che dirige deve plasmare la pellicola come se essa fosse una femmina».

Ma le provocazioni non si fermano qui. Lars ha inserito nel film alcune immagini, dette Lookeys (un numero non meglio definito tra 5 e 7) che non c’entrano col resto ma formano una specie di rebus da decrittare con un’unica chiave. Chi azzeccherà la soluzione vincerà il premio in palio di 30.000 corone danesi (poco più di 4.000 euro) e la possibilità di fare una comparsata nel prossimo film di Von Trier, l’horror sui generis Antichrist. Se cercate ulteriori chiarimenti su questo gioco – ma bisogna conoscere il danese perché non esiste la versione inglese – potete dare un’occhiata al sito www.lookey.dk.

Per ora il terzo capitolo della trilogia americana, Washington, resta in sospeso (ci sono due grossi problemi: la sceneggiatura che per ora non funziona e la protagonista femminile ancora da definire, ma potrebbe essere nuovamente la Kidman oppure Cate Blanchett).

Nel cast de Il grande capo non manca invece un prezzemolino del suo cinema, il bellissimo Jean Marc Barr, qui con barba sfatta ed espressione distratta nel ruolo di Spencer.

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