Facebook? È nato per i party bisex, parola di Fincher

Il migliore film del regista di “Fight Club” è un dramma vertiginoso e coinvolgente sulla storia dei due amici/nemici fondatori di “Facebook”, fenomeno globale con 500 milioni di iscritti. Imperdibile

Un dodicesimo della popolazione mondiale ha un profilo su Facebook, cioè circa cinquecento milioni di persone. Questa scatola magica virtuale, creata nel 2004 da un geniale studente di Harvard, il nerd Mark Zuckerberg, con la collaborazione di Andrew McCollum e Eduardo Saverin, aveva lo scopo iniziale di creare una rete di contatti tra gli studenti, fondamentalmente per organizzare party bisex. Eh sì, questa è la tesi dell’ottimo "The Social Network" di David Fincher, vertiginosa ricostruzione del fenomenale "Feisbum", ossia la diffusione su scala mondiale di questa straordinaria piattaforma comunicativa che consente di ritrovare vecchie conoscenze, tenere i contatti con amici, complici e amanti, chattare con sconosciuti ma soprattutto consentire ai gestori di Facebook di gestire una quantità di dati impressionante sui propri iscritti. 

Così, grazie a Facebook, Mark organizzava feste monumentali dove impazzavano droga e sesso libero, a uso e consumo dei maschi eterosessuali, quindi ragazze disinibite che si prodigano in acrobazie lesbiche in pubblico e in bagno, seduzioni saffiche, giochi provocatori con strisciate di coca simili a cavi informatici e via dicendo.

Con una capacità narrativa eccezionale, trasmettendo sotto traccia un senso di tensione crescente della potenza globale del mezzo Facebook, il regista di "Fight Club" si autocita nel gioco dei programmatori che intorno a un tavolo devono battere in velocità gli avversari incitati dai compagni e coinvolge lo spettatore raccontando una storia d’amicizia e poi d’odio tra due ragazzi come se fosse un amore mancato: la rivalità tra Mark Zuckerberg (Jesse Eisenberg, centrato) e Eduardo Saverin (Andrew Garfield ("Parnassus") darà vita a una causa legale milionaria con svolte sorprendenti e inaspettate, trasformando il film in una sorta di giallo virato blu Facebook senza esclusioni di colpi (di scena). L’ultimo dialogo tra i due ragazzi giovani, intelligenti, non brutti è semplicemente da brividi.

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Ma "The Social Network" è anche una riflessione profonda sui rischi della "macchina del fango" della diffamazione online, delle paranoie indotte dal successo improvviso (vedi il cofondatore Napster, Sean Parker, caduto in disgrazia ma cooptato da Zuckerberg – lo incarna uno sbalorditivo Justin Timberlake,) e anche dei rischi di sovraesposizione della propria vita privata.E se si pensa a quanto Facebook è utile a chi è inchiodato a un letto o a chi soffre di solitudine e al significato sociologico di questo fenomeno di massa, anche per la comunità glbt, non si può rimanere indifferenti alla forza espressiva di un dramma attualissimo come questo, soprattutto tenendo presente i rischi della sua diffusione planetaria soprattutto per i minorenni: oggi l’Arabia Saudita ha bloccato temporaneamente Facebook definendolo "blasfemo e lussurioso", dopo lo stop di Bangladesh e Pakistan.

Occhio ai due bellissimi gemelli biondi che cercano di lucrare su Facebook: sono interpretati in realtà da un solo attore, l’apollineo Armie Hammer. Il migliore film di Fincher.