Fassbender dopo Shame si rimette i mutandoni in Macbeth: folgorante!

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Bella e brutta la riduzione di Kurzel: Michael è sublime, Marion Cotillard fuori parte

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Non avevo mai visto un film così bello e brutto allo stesso tempo. Bello perché in Macbeth di Justin Kurzel – australiano, non si direbbe, anzi penseremmo al massimo neozelandese: vedi le verniciature facciali quasi maori del protagonista – basta una parola, Fassbender, a illuminare persino un centimetro di cemento attraversato dalla sua motocicletta (nella realtà) che ha causato orgasmi multipli in ogni creatura femminile – e qualche maschio – quando, poco tempo fa, ha attraversato la Penisola facendo brum brum col padre. Qui non c’è nemmeno bisogno di un mezzo di trasporto, basta il suo volto segnato come in Walhalla Rising o quei film terragni di maschi bruti e lotte sozzone nel fango che fanno tanto partita sexy di rugby tra la Storia e i liscissimi Dieux de Stade apollinei ma anche reverenza al capolavoro letterario che ha dell’apprezzabile.
Brutto, perché di Shakespeare e della maestosità di Macbeth, signore di Glamis, non c’è l’afflato furente, l’incontrollato senso di potere assoluto, della follia da dominazione priva di controllo.

Eppure, è da vedere: sì, il Nostro si rimette finalmente i mutandoni – dopo il risveglio nature di Shame, in cui bastava vederlo passare da un giro di lenzuola etero alla doccia superqueer per morire d’infarto – e la scena in cui emerge dai microflutti di un rivolino, se non ricordo male, Adamo porno come nemmeno il Re dello Spadone Tomas Brand – calma, online non troverete mai un suo pigiama, è un bastione scozzese del porno gay che toglie il fiato – basterebbe per fecondare un’intera nazione, se fossimo tentati dall’idea di cambiare orientamento sessuale (parlo ai maschietti).
Bello, perché il film è una ricostruzione impeccabile e tecnicamente ineccepibile della Scozia dell’Undicesimo Secolo aspra e battuta da un vento gelido come l’anima dei personaggi. E c’è della paranoia, filtrata al meglio, molto contemporanea, nell’interpretazione dell’intero cast.
Brutto perché Marion Cotillard non è e non sarà mai una credibile Lady Macbeth, altro che fiore innocente che cela serpenti, è troppo Cotillard per non essere scacciata dallo spirito di una delle massime matrone del male, mefistofelica e impenetrabile, mai concepita nella letteratura a livello mondiale.

Bello, perché c’è una ieratica grandiosità d’insieme, tra ralenti alla 300 e scene di massa e battaglia impressionanti – colpiscono sia la suggestiva scenografia di Fiona Crombie che l’affascinante fotografia dai toni scurati firmata da Adam Arkapaw – che lo rende un film da grande pubblico e grande respiro cinematografico.
Brutto perché Fassbender divora tutto, pure il buon Duncan di un dimenticato David Thewlis – chi se lo ricorda nel ruvido Naked di Mike Leigh? – o l’Angus del bel James Harkness, persino l’incisivo Malcolm di un Jack Renyor che avrebbe avuto lo spazio per restare impresso se l’aura infinita di uno degli uomini più belli al mondo, sempre lui, Michael ‘Ass Bender’ (‘Piega Culi’), come viene soprannominato dai gay americani, non fagocitasse l’intera produzione. Pure il Banquo dell’ottimo Paddy Considine svanisce subito dalla memoria perché torna sempre lui, quello Svergognato Dotatissimo Attore irlandese che potremmo pure sposare, essendo legale il matrimonio gay in Irlanda grazie a un referendum popolare. Le Tre Streghe lasciamole stare – le abbiamo citate all’inizio: vedi l’attacco -, non mi ricordo nemmeno che faccia abbiano.

Presentato come ultimo film in concorso a Cannes 2015 dove ha piuttosto diviso, ancora una volta, Macbeth di Kurzel si ricorderà, anche qui, nella rubrica #CinemaSTop, solo per Michael sempre Michael: “Macbeth ha le allucinazioni, come i soldati che tornano dall’Irak e dall’Afghanistan – ha dichiarato Fassbender durante la conferenza stampa al Palais – affetti da disturbo post-traumatico. Anche loro possono camminare sulla Croisette e subito dopo sentirsi a Bassora. Così, questa particolarità, descrive fin dal principio il carattere del personaggio. Se ne parla come una storia di ambizione ma è per me una storia di perdita di una relazione di coppia, di figli, di sanità mentale”.
L’illuminata e sconvolgente epitome massima su potere e follia, Macbeth, è considerata dal più grande critico letterario del mondo, Harold Bloom, la più grande tragedia di Shakespeare, scritta per Giacomo I Stuart che discendeva proprio da Banquo. Welles e Kurosawa fecero molto meglio.
Ma tanto, tutto ciò, “non significa nulla”.

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