Festival gay di Torino, un restyling per i più giovani

Il direttore Giovanni Minerba ci anticipa le novità del 29esimo Torino Gay and Lesbian Film Festival (30 aprile – 6 maggio) con gli omaggi al coreano Lee Song-hee-il, a Jarman, Hoffman e Lou Reed.

Arriva la primavera ma per il cinema gay sembra autunno. Mentre sbocciano festival e premi queer – oggi è stata annunciata la presidenza di Bruce Labruce, reduce dello sperimentale ‘Pierrot Lunaire’ berlinese, alla quarta Queer Palm organizzata dall’attento Franck Finance-Madureira al prossimo Festival di Cannes (14-25 maggio) – la Settima Arte queer in realtà pare piuttosto senescente: non solo perché è quasi un anno, dall’esplosione lgbt sulla Croisette dell’anno scorso, che non arriva alcuna novità rilevante ma soprattutto perché trionfano solo più film sugli anziani (‘Il cerchio’ di Stefan Haupt premiato col Teddy Award a Berlino, ‘Gerontophilia’ che sta per uscire in Francia, il bel corto ‘Luigi e Vincenzo’ di Giuseppe Bucci questa settimana al Rome Independent Film Festival). Ne abbiamo parlato col gagliardo 63enne Giovanni Minerba, direttore del Torino Gay and Lesbian Film Festival che ha fatto un restyling di nome e logo della sua cinecreatura arrivata alla 29esima edizione (30 aprile – 6 maggio), come di consueto nelle tre sale del centralissimo cinema Massimo.

Il Festival Gay di Torino ha cambiato logo e nome: non è più ‘Da Sodoma a Hollywood’ ma è diventato TGLFF, acronimo di Torino Gay & Lesbian Film Festival. Quindi Sodoma non esiste più e il cinema gay è forse arrivato a Hollywood?

Sodoma continuerà a esserci. Nelle darkroom della vita ognuno sceglie.

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Nel logo non c’è più Charlot con Frankenstein ma un semplice papillon: c’è forse più attenzione alla confezione, sia al festival che nei film presentati?

È un logo un po’ vintage, divertente. L’idea del cinema è rappresentata dalla pizza cinematografica, anche se col digitale è quasi sparita anch’essa.

In pratica che cosa c’è di diverso nella prossima edizione?

Quello che c’è di nuovo è soprattutto un’attenzione maggiore alle tematiche giovanili. Mi sembra innovativo, viste le esigenze delle nuove generazioni. Il pubblico del festival, infatti, è sempre meno anziano. È un’attenzione voluta anche dagli autori delle centinaia di film arrivati in selezione. Mentre gli spettatori al cinema sono sempre più vecchi, il festival è sempre più frequentato da giovani.

Ci dai qualche anticipazione sui contenuti?

Innanzitutto un autore coreano emergente, Lee Song-hee-il (autore di ‘Break Away’ e ‘Night Flight’) che parla di coming out, omofobia e bullismo. Ha uno stile piuttosto europeo. Gli dedicheremo un omaggio nella sezione ‘Open Eyes’.

Altre novità?

Se vogliamo chiamarle novità, ci sarà un “programma” per i 60 anni della RAI, un omaggio a Derek Jarman nel ventesimo anniversario della morte e uno a Philip Seymour Hoffman con la proiezione di ‘Flawless’. Ricorderemo anche Lou Reed col cult ‘Berlin’ di Julian Schnabel.

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In 29 anni di festival, ci faresti una sintesi dei grandi cambiamenti nell’evoluzione stilistica e di contenuti del cinema gay?

Il Festival ha sempre guardato al momento storico, all’attualità. Trent’anni fa c’era principalmente la questione del venir fuori, del coming out, e mostrare le esigenze di allora da parte della comunità lgbt. Poi è arrivata la rivendicazione dei diritti e lo spettro dell’Aids. Ci sono state storie importanti, da ‘Philadelphia’ in poi. Con la nuova generazione l’Aids è stato rappresentato in modo diverso, fa meno paura: avremo un piccolo focus con due slot sull’HIV. La militanza in realtà c’è sempre stata in qualunque tema.

Non ti sembra però che la produzione cinematografica lgbt sia un po’ ferma da Cannes dell’anno scorso e ci sia poco di innovativo dal punto di vista dell’estetica queer ‘militante’? Labruce fa una commedia mainstream come ‘Gerontophilia’, Dolan si dà al thriller…

Non saprei, nel nostro piccolo noi abbiamo lanciato l’anno scorso le BadHole, rivelazioni torinesi viste da 500 persone alla recente proiezione del loro lavoro integrale. Questa settimana “le ragazze” sono a Bari, girano ovunque e con pochi mezzi affrontano in maniera innovativa le tematiche femminili. C’è poi la novità dell’animazione queer, i fumetti lgbt vanno forte.

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Quale cinema gay vorrebbe vedere Ottavio (Mai, n.d.r.), secondo te, se fosse ancora qui con noi?

Se penso alle cose che avevamo scritto e che non sono state girate penso al cinema di Ozpetek. L’ultimo ‘Allacciate le cinture’, forse con una prima parte un po’ affrettata, funziona soprattutto nel modo in cui ha affrontato la malattia: è quella girata meglio. Il melò ce lo siamo dimenticati, perché no, dopotutto? Io lo trovo interessante, più della commedia sguaiata o del dramma più drammatico che ci sia… Cose come il documentario di Gianni AmelioFelice chi è diverso’ io e Ottavio (Mai, n.d.r.) le facevamo trent’anni fa: penso sarebbe stato meglio l’avesse fatto un giovane autore, sembra quasi l’abbia voluto fare scusandosi per il tardivo coming out. Sono molto interessanti i materiali dei cinegiornali, grazie all’amico Enrico Salvatori che ha permesso l’accesso all’Archivio delle Teche Rai.

E riguardo al genere documentario, oggi più che mai in voga?

Il pubblico ama sempre poco i documentari. C’è sempre il concorso documentari con molte cose interessanti ma forse non eclatanti come succedeva anni fa.

Come mai quest’anno il festival inizia più tardi del solito, il 30 aprile, e si concluderà il 6 maggio?

Semplicemente per evitare la sovrapposizione col Jazz Festival.