29° Festival Mix: da Batguano a Tiger Orange la famiglia reinventata

di

Weekend al cinefestival milanese in cui vari film parlano di legami famigliari alternativi

CONDIVIDI
Facebook Twitter Google WhatsApp
6084 0

La famiglia? Un mix di affetti/amori in cui i vincoli di sangue non sono in fin dei conti fondamentali. Questo sembrano suggerirci alcuni interessanti film visti nel weekend al 29° Festival Mix, in via di conclusione al Piccolo Teatro Strehler di Milano, dove staserà saranno annunciati i vincitori durante la cerimonia di premiazione. Una piccola grande famiglia, quella del Mix, che ti accoglie calorosamente non appena si sbuca dalla fermata del metrò Lanza, avvolgendoti di note&birra grazie a Naba Sound nel sagrato-salotto col conviviale aperitivo a buffet. E ti fa rendere conto di quanto sarebbe davvero mancato se – quest’anno il rischio è stato purtroppo palpabile – non si fosse potuto svolgere per una mancanza di fondi a cui ha sopperito un indispensabile crowdfunding.

Durante la serata inaugurale di venerdì, si sono avvicendati sul palco vari componenti di questa famiglia ‘allargata’ e felice del Mix, dall’attrice Benedetta Cesqui al fondatore della casa di distribuzione online The Open Reel, il torinese Cosimo Santoro, da Deborah Gumma del festival bolognese Immaginaria a Filippo del Corno, assessore alla cultura del Comune di Milano, il quale ha portato il saluto del Sindaco, Giuliano Pisapia. I fedelissimi Diego e La Pina, voci quanto mai famigliari di Radio Deejay, hanno presentato il buffo video camp Il pianeta dei calzini spaiati tratto da una fiaba per bambini della Pina, pubblicata da ADD Editore e minacciata tra l’altro di essere bruciata in piazza da Forza Nuova. I proventi del libro illustrato che spiega gli amori omosessuali come una favola in cui un gambaletto può sposarsi con un calzino à pois, sono stati destinati a una raccolta fondi per i bimbi poveri del Perù (il video è stato diretto dal marito della Pina, Emiliano Pepe). Ecco quindi l’affabile direttore del Mix, Giampaolo Marzi: “È un’emozione immensa – spiega visibilmente scosso -. Questa volta veramente ho pensato che non ce l’avremmo fatta. E invece siamo qui, siamo in questo teatro che è stato importante nei dieci anni di Festival Mix, in cui in modo eclatante abbiamo raccontato le nostre storie, e lo è ancora oggi”. Marzi ha quindi salutato Paolo Hutter, presente in sala, che nel lontano 1993 lo convinse a mettersi al timone dell’allora Festival del Cinema Gaylesbico.

Una piccola grande famiglia, dicevamo. Proprio il tema della famiglia torna nell’onesto dramma americano Tiger Orange di Wade Gasque in cui si scava a fondo, con particolare attenzione alla psicologia dei personaggi, nel controverso rapporto tra due fratelli assai diversi, nonostante siano entrambi gay, che si ritrovano a vivere sotto lo stesso tetto dopo la morte del padre: il responsabile Chet (Mark Strano, convincente), che ha preso in gestione il negozio di ferramenta del genitore, e lo scavezzacollo Todd (Frankie Valenti, più noto come l’attore hard Johnny Hazzard: se la cava). Ma quest’ultimo non pensa che al sesso, e a scandalizzare la piccola comunità dove vive il pacato fratello, turbandone la vita quotidiana: ma proprio questa convivenza forzata servirà a far elaborare il lutto per la perdita del padre, anche grazie alla ricomparsa di un amore del liceo di Chet la cui timidezza, però, rischia di fargli reprimere un sentimento che teme non più corrisposto. Lo spettatore si affeziona così ai due credibili personaggi che rispecchiano due modi antitetici ma realistici su come vivere la propria omosessualità e riflette su quanto i condizionamenti sociali possano insinuarsi nell’intimo rapporto famigliare.

Di tutt’altro genere e stile è la stravaganza brasiliana Batguano di Tavinho Teixeira, un film-trappola per quegli spettatori che si aspettavano una commedia camp cartoonesca e ghignante: si tratta invece di un film sperimentale piuttosto ostico in cui, ohibò, Batman e Robin sono una coppia gay che convive da anni in un camper immerso in un bosco dove i due supereroi si sono isolati per sfuggire a un’epidemia mortale dovuta agli escrementi di pipistrello. Attraverso lentezze umbratili ed estenuanti alla Pedro Costa e spunti del cinema queer onirico-fondativo dalle parti di Genet e Mekas, Teixeira cerca anche qui, però, di parlare di una famiglia sui generis e di rendere visionaria la quotidianità di una coppia gay non più giovane, fra tentazioni di tradimento (le scene di sesso orale esplicito con un uomo macchiato di sangue e con la testa di Minotauro) e la paura della solitudine, ironizzando persino sulla svendita consumistica dell’immaginario fantastico, in cui un braccio di Batman può essere venduto a peso d’oro.

La totale assenza della famiglia come cellula primaria della società è riscontrabile nell’intransigente L’amour au temps de la guerre civile (L’amore al tempo della guerra civile) di Rodrigue Jean, cupa e ripetitiva immersione nella vita di un prostituto bisex tossicodipendente di Montréal, il venticinquenne Alex (l’espressivo Alexandre Landry, già interprete della versione teatrale del ‘dolaniano’ Tom à la ferme). Qui la ricerca di un surrogato della quotidianità famigliare avviene condividendo pipette di crack e compulsivi sfoghi sessuali tra gli amici strafatti di Alex, in un’atmosfera opprimente e claustrofobica che mette però in risalto, per contrasto, la bellezza angelica e perduta di Landry, una vera rivelazione.

CONTINUA A LEGGERE...

Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...