Fish & Chips: il burlesque vintage di League of Exotic Dancers vince il festival erotico

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Menzione speciale al doc gay olandese Churchroad. Premiato anche l’amore omosessuale tra i boschi di Heimat XXX, segnalato il lesbico Breathtaking.

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Alla fine le vegliarde in paillettes sbancano la seconda edizione del festival internazionale di cinema erotico Fish & Chips. Le simpatiche tardone del doc classico, scintillante e ben fatto League of Exotic Dancers di Rama Rau vincono il primo premio della seconda edizione conclusasi ieri sera al Cinema Massimo di Torino con la loro umanità nostalgica, raccontando in maniera tradizionale la Golden Age del burlesque, tra i 60 e i 70, in una Las Vegas spumeggiante e spensierata dove un corpo femminile seminudo riusciva ancora a emozionare. Abiti spettacolari, paillettes rotanti su seni prorompenti, piume arcobaleno colorano le rutilanti avventure professionali di queste venerabili signore dai nomi esotici quali Queen of the Amazons o Cosmic Queen of Burlesque.

Ma la sorpresa è che le dame agées non si lamentano della vecchiaia, non si struggono nel ricordo ma molte osano tornare sul palco alla loro veneranda età – con successo – e riprendono gli abiti di scena riposti in cantina oppure intraprendono con entusiasmo carriere alternative come mistress sadomaso: un inno semplice e schietto alla gioia di esistere corroborato da una vitalità indomabile che mette di buon umore.

La motivazione della giuria composta Ayzad, Chiara Borroni e Silvia Magino parla di “sensibilità umana e grande senso della narrazione con cui Rama Rau svolge la sua ricerca mettendo al centro del racconto figure femminili libere, capaci di difendere con orgoglio il proprio diritto all’identità personale. Politicamente necessario in questa epoca di sessismo e conflitto di genere, sagace, dolente e sfavillante di lustrini, una combinazione vincente”.

Una delle due menzioni speciali “per l’onestà con cui il regista si mette in gioco” è andata al doc gay Churchroad di Robin Vogel sulla cruising disco Church di Amsterdam raccontata dal regista stesso, per cui rappresentò la scoperta del mondo LGBT e di una libertà sessuale assoluta (ci è sembrato però un po’ troppo promozionale nei confronti del locale). La seconda è stata assegnata al tradizionale Audaz se eleva di Mariano Torres e Lisandro Leiva, ricognizione un po’ didascalica ma documentata sulla storia del porno argentino.

Tra i cortometraggi ben tre dei quattro premi assegnati da Enrico Petrilli, Rino Stefano Tagliafierro e Cikita Zeta vanno a opere LGBT, molto abbondanti nella selezione (13 su 32, cioè il 40%): migliore corto hard “per il trattamento contemporaneo delle immagini, l’accurata fotografia, l’esoterismo teutonico che esaltano la fusione tra corpi e natura” è il tedesco Heimat XXX di Sebastian Dominic Auer, suggestivo porno silvestre in split-screen dove due ragazzi barbuti e tatuati – moltissimi i tatuaggi sui corpi visti a questo festival, ormai una moda pervasiva soprattutto tra i ventenni – si amano appassionatamente in mezzo al risveglio primaverile della natura boschiva.

Segnalato anche il lesbo australiano Breathtaking diretto da Morgana Muses, di cui abbiamo già parlato, “per aver documentato in prima persona come la ricerca del piacere vada oltre i limiti del corpo. Per averci mostrato come naturalezza, fiducia e abbandono siano necessari per il raggiungimento di estasi inesplorate”. Nella sezione dei corti soft il primo premio va all’elementare Memories of a Machine dell’indiana Shailaja Padindala in cui una ragazza racconta la sua prima esperienza sessuale davanti alla videocamera del fidanzato (un premio più politico che artistico) e la menzione speciale al sarcastico e simpatico Trouser Bar di Kristen Bjorn in cui i clienti di un negozio d’abbigliamento degli anni Settanta gestito da omosessuali vengono coinvolti in un’orgia mentre fuori dalle vetrine si assiepa una massa di voyeurs incuriositi. È stato scelto “per la strepitosa ricerca stilistica, l’ironia, il ritmo incalzante dato da una perfetta fusione di musica e immagini, un ridondante tripudio di velluti, parrucche e verghe marmoree”.

È un bel festival, il Fish & Chips, fresco e innovativo, l’unica cinemanifestazione del genere in Italia. Questa seconda edizione si è rivelata molto interessante per esplorare le nuove tendenze di un genere, quello erotico, sempre più mainstream: è dominante una pansessualità diffusa in cui la differenza di orientamento sessuale non è più rilevante, con predominanza lesbica (molti prodotti sono destinati a un pubblico maschile etero).

Il sesso è visto soprattutto come ludico passatempo in cui sperimentare fantasie erotiche, dai servi-cagnolini gay alle dipendenze della padrona trans FtoM nell’americano You’ve Got Tail alle ragazze lesbiche che simulano un’inseminazione aliena nel bizzarro We Cum in Peace. Molto bondage e feticismo, come nel porno estremo (ma tedioso) Feed: the Last Supper della regista venezuelana omosessuale Maria Beatty con donna urlante appesa per i capezzoli (fughe dalla sala) e ammucchiata finale su una tavolata di sesso e cibo con brindisi festoso: “Ai queer di tutto il mondo!”. Oppure il rito sessual-onirico intorno a un falò con matrona infilzata da aghi e la materializzazione umana dei tarocchi marsigliesi nel misterico Pagan Variations di AJ Dirtystein. Ma c’è anche il romanticismo dell’intenso corto francese 1992 di Anthony Doncque, in cui un ragazzo solitario appassionato di videomaking s’innamora ricambiato del bibliotecario della scuola mentre il padre scopre tutto e lo asseconda senza rivelargli la scoperta.

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