Gender DocuFilm Fest, al Gay Village tre giorni di anteprime

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Da domani al romano Parco del Ninfeo la IV edizione della rassegna documentaria dedicata al "gender", cioè alla “fluttuazione delle possibilità” come ci ha spiegato il direttore Giona...

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Fluttuante, rimodellabile, contemporaneo come non mai: il ‘gender’, questo sconosciuto. Per esplorare un concetto chiave degli studi sul genere, ma facendo attenzione a “resistere alla tentazione di creare dei modelli d’identità” come ci ha spiegato il direttore Giona Antonio Nazzaro, ecco la quarta edizione del Gender DocuFilm Fest, cinerassegna realizzata da Di’Gay Project col Patrocinio della Provincia di Roma, al via domani all’interno del romano Gay Village presso il Parco del Ninfeo dell’Eur in via delle Tre Fontane all’angolo con via dell’Agricoltura.
Tre giorni di proiezioni serali con una caratteristica encomiabile, per nulla scontata all’interno di un festival cinematografico lgbt, spesso contenitore indifferenziato di opere già viste altrove: si tratta di sole anteprime, nazionali, internazionali e persino una mondiale, il danese ‘My Love – The Story of Poul and Mai’ di Iben Haar Andersen sulla commovente vicenda di un anziano pescatore che perde tragicamente moglie e figlia per poi trovare l’amore in un giovane tailandese con bimbo al seguito. Sì, perché Nazzaro è andato a cercare in giro per il mondo – la selezione concentra opere europee e statunitensi – quei documentari che meglio rappresentano l’inesausta evoluzione di ciò che significa ‘gender’ al giorno d’oggi per indagare su dove si posizionino questi ‘saggi teorici visivi’ all’interno della cosiddetta ‘cultura queer’.

La giuria internazionale è composta dall’autore Franco Bernini, dal regista Matteo Pellegrini e da Ginella Vocca, direttrice del Medfilm Festival Onlus.
“Una delle missioni che mi ero proposto come direttore del Gender DocuFilm Fest – ci spiega Nazzaro – era proprio trovare film che non fossero ancora stati visti, di registi nuovi, emergenti o affermati. La riflessione dell’anno scorso era sul ‘corpo politico’, il suo controcampo è quella di quest’anno, ossia il ‘corpo sociale’, cioè il corpo inteso come possibilità di desideri, seduzioni e su come si colloca nel corpo maggiore della società in cui sviluppa relazioni. La scelta dei film è stata pensata a partire da questa possibilità di dialettica, per esempio il rapporto che si crea tra un testo e la troupe teatrale come nel caso del documentario su Bernard Bontet (‘Le bagne’ di Maud Martin, n.d.r.), cioè il lavoro sviluppato tra il corpo del testo, il ballo e la regista. Oppure il documentario in presa diretta ‘Camp Beaverton’ di Beth Nelsen su una comunità per sole donne in cui ciascun membro si è scelto una serie di possibilità sessuali in base alle proprie esigenze, o ancora il coming out di un ragazzo che decide di ‘operare’ sul corpo suo e della sua famiglia attraverso il dichiararsi omosessuale (lo svizzero ‘Taglia corto!’ di Filippo Demarchi, n.d.r.)”.

“Di italiano purtroppo non c’è nulla – continua Nazzaro – ma è un po’ paradossale: mentre il cinema documentario italiano sta attraversando un periodo di straordinaria attività, i lavori che emergono dall’interno della comunità lgbt sono ancora molto legati all’ambito della rivendicazione e dell’affermazione. Anche da un punto di vista sociologico spesso sono molto elementari al contrario dell’estero, negli Stati in cui rispetto al gender la politica è più avanti.
Riguardo alla sessualità, quello che mi interessa è togliere quest’argomento dalla sfera di straordinarietà, di sensazionalismo, e di ricollocarlo in un contesto di quotidianità. Quest’anno abbiamo film che entrano nel vivo di pratiche, abitudini, desideri e rappresentazioni sessuali che in genere non rientrano nei discorsi dominanti: nella fattispecie dei film che ho scelto il criterio non è però l’eccezionalità ma il passaggio attraverso la condivisione dell’identità sociale. Bisogna smontare la ‘pornopatia’. E bisogna mettere tutto in discussione: il gender è la fluttuazione delle possibilità, non è una cosa definita. È la possibilità di esistere attraverso modulazioni possibili di desiderio e di identità. Dobbiamo instillare una piccola pedagogia della libertà: riprendere a guardare le persone ad altezza d’occhio e capire che ci sono possibilità di qualcosa d’ulteriore, di un innamoramento, di una politica, inteso tutto come movimento progressivo per tentare di metterci alle spalle ogni determinazione anche religiosa. Ecco, bisogna aprirsi al rischio della libertà”.

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