Giovanni Minerba: “Per i trent’anni del Togay vorrei Tiziano Ferro”

Il direttore del cinefestival torinese ci fa un bilancio del trentennale e svela le novità

Da Sodoma a Hollywood, il viaggio continua. Il cinefestival a tematica queer più antico d’Europa, rinominato dall’anno scorso, più internazionalmente, Torino Gay & Lesbian Film Festival, ma soprannominato sinteticamente Togay, festeggia l’importante traguardo dei trent’anni. Trenta. E lode, da festeggiare con un’edizione giustamente celebrativa ricca di eventi dal 29 aprile al 4 maggio. Come lui hanno fatto solo due americani: il San Francisco International LGBT Film Festival nato nel 1976 grazie all’associazione Frameline e l’Outfest losangelino risalente al 1982. Ogni anno la minaccia si ripresentava puntuale, soprattutto sotto le pressioni di giunte destrorse: il Togay deve chiudere perché “di dubbio gusto” (il ridicolo anatema del nemico perenne Agostino Ghiglia di Alleanza Nazionale). Eppure il Togay ce l’ha fatta, e sopravvive orgogliosamente tagliando il prestigioso traguardo dei tre decenni – a dispetto di altre realtà, come lo scomparso Festival del Cinema delle Donne – con straordinari risultati d’incasso e pubblico sempre crescente.

Abbiamo intervistato il tenace direttore Giovanni Minerba che fondò il festival nel lontano 1986 insieme al suo compagno di vita Ottavio Mai che ci avrebbe lasciato sei anni dopo (venerdì 13 marzo sarà proiettato al Festival di Guadalajara il doc sulla sua vita “Ottavio Mario Mai” codiretto da Minerba e Alessandro Golinelli).

Tra cinque giorni riceverai il ‘Premio Maguey – Trajectoria’ al prossimo festival di Guadalajara, in Messico. Da quattro anni questo riconoscimento rende omaggio a importanti personalità internazionali che si siano distinte nella battaglia per i diritti delle persone LGTBQ…

È in un certo senso un premio alla carriera per quello che è stato il progetto di questi trent’anni di festival gay torinese. Per combinazione anche il Festival di Guadalajara festeggia trent’anni. È una manifestazione generalista con una sezione lgbt. Sono contento perché lo ricevo insieme a un riconoscimento postumo a Pasolini da persone che non conosco. Sarà premiato anche Bertolucci di cui è prevista una retrospettiva. Ci sarà una folta delegazione italiana.

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Sì, e arriva in un momento strano, in cui ci sono meno soldi!

Mi puoi dare qualche anticipazione sugli eventi che organizzerete?

La cerimonia d’intitolazione della via a Ottavio Mai sarà uno degli eventi extra e si svolgerà qualche giorno prima del festival. Ci saranno anche appuntamenti cosiddetti di ‘avvicinamento’ all’Hub Multiculturale del Cecchi Point. Non posso ancora dire nulla sui film che presenteremo.

Quest’anno avete adottato una formula innovativa, “30/30/30”, pensata appositamente per l’anniversario: 30 lungometraggi, 30 cortometraggi e 30 eventi extra. Se dovessi condensare questi trent’anni di festival in tre momenti significativi, quali sceglieresti?

Non mi sarei mai aspettato di arrivare al trentennale perché c’è ancora qualcuno che sostiene la ‘non necessità’ di far capire qual è la realtà gay. Come tre momenti significativi sceglierei i seguenti: il 1986, quando è iniziato il festival, una rassegna con una decina di film al cinema Faro in via Po (adesso Cinema Greenwich, n.d.r.); l’ultimo festival con Ottavio nel 1992 in cui c’era la retrospettiva dedicata a Genet in cui Ronconi organizzò una bella serata con la lettura di un suo testo inedito; come terzo momento metterei tutti gli anni successivi, uno più bello dell’altro!

Di quali personalità del cinema incontrate al festival hai i ricordi più belli?

Gus Van Sant che ricevette il primo premio della sua carriera con Malanoche. Allora era molto timido e tranquillo, ma penso che lo sia ancora adesso. Direi che era proprio uguale ad oggi, solo con qualche anno e qualche chilo in meno! È una persona affabile. Poi James Ivory, cinque anni fa, che per la prima volta partecipava a un evento lgbt. E lo stesso anno, l’amica Claudia Cardinale.

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C’è un ospite che vorresti avere per celebrare i trent’anni?

Abbiamo poche possibilità economiche ma vorrei Tiziano Ferro. Gli stiamo dietro da qualche anno. In questi giorni è in Spagna… Chissà!

In questi tre decenni il cinema lgbt è cambiato completamente, come riassumeresti la sua trasformazione?

Il cinema gay è cambiato rispetto alle necessità dei tempi. Adesso si parla di ‘cinema queer’ ma è una parola che non mi piace molto. Si producono ancora film ‘trasgressivi’ ma la trasgressione non ha più la stessa valenza. Non c’è più quella necessità, in un certo senso. C’è invece la necessità di capire qual è la realtà giovanile, come si pone la generazione che sta crescendo, i ventenni di oggi per cui tutto sembra ‘normale’, scontato, ma capiamo che non è così, e non solo in Italia. Qui c’è un’esigenza maggiore perché a livello giuridico continua a non succedere niente…

Il cinema gay italiano si è evoluto meno, non ha assunto una dimensione comunitaria, anche se è vostro il merito di aver lanciato Ozpetek con ‘Il bagno turco’. Che ne pensi?

Assolutamente sì. Ma qualcosa si muove, anche se meno di quello che sarebbe necessario: Cotroneo sta girando il suo primo film gay, “Un bacio” e aspettiamo Maria Sole Tognazzi col nuovo film, il lesbico “Io e lei”. Anche il nuovo della Pivetti (dal titolo provvisorio di “Né Giulietta né Romeo” su un adolescente gay, n.d.r.) è in postproduzione, stanno lavorando sulla distribuzione, ma è un po’ difficile per questioni di tempi anche se sicuramente combineremo qualcosa insieme. Non ho ancora visto il film con Belen (“Non c’è 2 senza te”, n.d.r.) mentre a Guadalajara incontrerò Sebastiano Riso e vedrò il suo “Più buio di mezzanotte”. Forse gli altri nostri autori hanno paura di essere etichettati, forse hanno paura della Chiesa, non so.

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Com’è cambiato il pubblico del festival in tutti questi anni?

Nella prime edizioni dovevamo registrare le persone che entravano con una piccola tesserina per il problema del visto di censura sui film proiettati e le questioni Siae. Mi ricordo che alcuni, piuttosto che dare un nome anche falso, poiché non chiedevamo un documento, se ne andavano via. Il clima di allora è sicuramente cambiato! Oggi abbiamo migliaia di spettatori, con incremento soprattutto di giovani e donne. Prima la parte femminile era circoscritta alla causa politica, al femminismo. Le nuove generazioni vedono la politica ma dall’altra parte del mondo poiché i nostri registi non ci fanno vedere ciò che accade da noi. Un festival come il nostro è sempre più trasversale, il pubblico non è solo gay ma già quando ci davano del ‘festival ghetto’ non era così: c’è una coscienza trasversale nel voler capire e confrontarsi. Pensiamo al successo di un film come “Pride”, più trasversale che mai.

C’è qualche nuovo talento internazionale che ti piacerebbe avere, come Xavier Dolan?

Dolan mi piacerebbe per fare un piacere al pubblico che lo ama poiché io non sono un suo fan sfegatato.

Se Ottavio fosse qui sarebbe sicuramente contento di questo anniversario…

Lui è contento di come è andata fino ad adesso. Andremo sicuramente a bere qualcosa nella via intitolata a lui.