Gus Van Sant: “Mi sono connesso per cercare i miei skaters”

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Il grande regista gay di Portland si confessa rivelando i segreti dell’eccellente ‘Paranoid Park’ premiato a Cannes. E che rispetta nella sostanza l'omonimo coinvolgente romanzo di Blake Nelson.

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C’è una scena curiosa in ‘Paranoid Park’. Il protagonista Alex e l’amico Jared sono in macchina, il secondo prende in giro il primo perché ritiene che il suo skateboard sia ‘da froci’. A un certo punto Jared guarda in macchina per un po’, l’inquadratura è fissa: Alex e il pubblico sono lì ad osservarlo. Il suo sguardo è complice, divertito, naturale. Pura sensualità. 

Rispetto all’omonimo romanzo di Blake Nelson (nato a Portland come Gus ma abitante a Brooklyn, autore di sette romanzi, ma ‘Paranoid Park’ – Rizzoli – è il suo primo tradotto in Italia) vi sono alcune differenze, anche se viene rispettato nella sostanza: il romanzo è costruito come un lungo diario che nel film è rappresentato dalla voce off di Alex; Nelson ci svela come evolve il giallo nonché la storia tra Alex e Macy; sono approfonditi i rapporti tra i ragazzi (Christian, Elizabeth, Dustin, ecc.) e si parla anche di piattole; c’è un personaggio in più, la zia Sally, praticamente un cameo. 

Antoine Thirion dei ‘Cahiers du cinéma’, che ringraziamo, ha contattato Gus Van Sant via mail. Vi proponiamo l’intervista concessagli:

Da che cosa nasce la decisione di adattare il romanzo di Blake Nelson?

Innanzitutto la storia di svolgeva a Portland, una città che ho sempre amato molto. E poi si trattava di un giovane skater ma anche di una situazione difficile e particolarmente soffocante, caratteristiche per me molto interessanti.

Ha apportato delle modifiche alla sua costruzione?

Ho giocato molto con la struttura della storia. Ci sono poche cose del libro che non sono nel film, ma strutturalmente tutto è stato molto manipolato.

Perché ha scelto di reclutare gli attori tramite MySpace?

Credo che dovrebbero farlo tutte le agenzie di casting che vogliono trovare dei liceali, soprattutto adesso che MySpace ha una diffusione così alta. Anche noi ci siamo connessi, cercando poi semplicemente di convincere degli appassionati di skateboard a recitare nel film.

Perché ha scelto di girare sia in Super 8 che in 35 mm?Perché il supporto dei film su skate è il Super 8 e siccome nel film vengono utilizzate queste immagini, abbiamo deciso di girare qualche sequenza supplementare sullo stakeboard in Super 8. decisamente più difficile tenere una macchina da presa più grande tenendosi in equilibrio su un supporto fisso. Il 35 mm, inoltre, è

troppo costoso perché possa essere utilizzato normalmente da coloro che realizzano filmati sugli skateboard. In ogni caso, tutto il resto del film è girato in 35 mm, che rimane a mio avviso il supporto migliore.

Nei suoi ultimi tre film – Gerry, Elephant e Last Days – c’erano molte inquadrature in un certo senso ‘stabili’. La scelta di affidare la fotografia a Chris Doyle (e a Rain Kathy Li, n.d.r.) è sorprendente… E’ vero, Chris è conosciuto per la sua fotografia molto libera, certo non per quello che potremmo definire ‘inquadrature stabili’. Credo però che questo venga soprattutto dal periodo Wong Kar-Wai (‘Happy Together’, n.d.r.) degli anni ’90. Quando ha lavorato per la prima volta con Wong Kar-Wai le inquadrature erano stabili, lo sono diventate meno nel momento in cui i film sono diventati meno conservatori. Ho tentato di spingere Chris verso un territorio instabile, una sorta di territorio ‘grandangolare’, soprattutto pensando agli ultimi film di Wong Kar-Wai che avevo visto, in particolare ‘Angeli perduti’. Ma Chris era sospettoso, mi diceva «beh, non vogliamo ripeterci»…. E così abbiamo creato qualcosa di nuovo, a volte instabile, nell’uso del treppiede o della macchina da presa a mano. Ci sono molti stili diversi nel film e molti movimenti al rallentatore, cosa che ho fortemente voluto, sempre ispirato dagli ultimi film di Wong Kar-Wai. In ogni caso Chris ha lavorato anche in ‘Lady in the Water’ (di M. Night Shyamalan, n.d.r.) in cui le inquadrature erano molto stabili. Il mondo degli skater, però, non è fatto per le inquadrature stabili, è un mondo sulle ruote, in movimento.

Nel film c’è un lavoro importante sul suono. Ho sentito dire che alcune sequenze, soprattutto in super 8, erano più lunghe in origine. Il lavoro di post produzione è stato particolarmente lungo e intenso?

No, credo che le sequenze in super 8 siano praticamente le stesse. Forse all’inizio ce n’era qualcuna in più. Il suono, per quanto dettagliato possa sembrare, è fatto soprattutto di paesaggi sonori, è opera di compositori. Il lavoro che abbiamo fatto nella manipolazione del suono è piuttosto semplice, ma i paesaggi sonori, soprattutto quelli di Ethan Rose, sono molto complessi. È come se mettessimo dei dischi per tutta la durata del film, ma dischi di musica poco tradizionali. La post produzione è durata tra le due e le tre settimane.

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