Handicap e omosessualità in scena al Togay

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L'amicizia tra un travestito e un bambino down nell'interessante "A Outra Margem" di Luis Filipe Rocha. Delude Ventura Pons col tedioso "Barcelona". Discutibile l'omaggio ai divi hard americani.

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Nel gigantismo vertiginoso di questa edizione del Togay, è difficile individuare percorsi visivi che abbiano una loro continuità, ma indubbiamente possiamo affermare con sicurezza che il cinema iberico la fa da padrone insieme a quello giapponese.

Intriga il dramma portoghese in concorso A Outra Margem di un sessantenne esiliato in Brasile dal 1973, Luis Filipe Rocha, in cui il travestito Ricardo (un dolente Filipe Duarte), dopo la morte per suicidio del compagno, torna a casa dalla sorella dove dovrà affrontare il papà omofobo e una ragazza abbandonata da Ricardo sull’altare. Ma l’amicizia col nipote Vasco affetto da sindrome di Down e appassionato di teatro lo aiuteranno a vivere con naturalezza i complessi attriti famigliari. Nonostante una certa lugubre cupaggine tipica di un certo cinema portoghese, A Outra Margem colpisce per l’approfondimento psicologico dei personaggi, l’ottima recitazione dei protagonisti e la coerenza della sceneggiatura. L’accostamento tra l’omosessualità di Ricardo e l’handicap di Vasco è l’occasione per il fertile confronto tra due diversità ostracizzate dalla società, due solitudini complementari, un doppio transfert fra le esigenze di una figura paterna da parte di Vasco e quelle di un ragazzo a cui riservare il proprio affetto per Ricardo. Scena forte: un teschio che si sgretola durante la cremazione del fidanzato montato in alternanza con un numero musicale in drag del protagonista.

Una delle scoperte del festival è un altro autore portoghese, Oscar Alves, antesignano del cinema queer iberico contaminato sia dall’ondata del Cinema Novo che dalle suggestioni sperimentali di Kenneth Anger. I suoi film sembrano pura archeologia cinegay: dal muto Good-bye Chicago, una sorta di prologo a una spettacolo di Guida Scarlatty su tre dive travestite che arrivano in biplano e vengono accolte come star da una calca di giornalisti, al melò sgranato ‘Solidão Povoada’ (‘Solitudine popolata’) su una problematica coppia gay nella Lisbona postrivoluzionaria.

Delude invece l’insignificante Barcelona di Ventura Pons, presentato fuori concorso. Tratto da un’opera teatrale di Lluïsa Cunillé, mette in scena lunghe conversazioni tra i proprietari di un vasto appartamento del capoluogo catalano, gli anziani Ramon e Rosa, e i loro affittuari: un’insegnante di francese, una cuoca incinta, una guardia giurata ex calciatore assai frustrata; il tema gay è solo accennato – l’anziano Ramon, portiere del Teatro dell’Opera in pensione ha l’hobby del travestimento e il fratello di Rosa si porta a casa un belloccio conosciuto in sauna – e le vicende dei personaggi, a cui la musica da thriller dei flashback in bianco e nero tenta inutilmente di infondere un certo pathos, risultano poco interessanti e infarcite di prevedibili colpi di scena.

Il regista catalano non ci è mai sembrato un grande talento della settima arte, ma Barcelona rappresenta uno dei punti più bassi della sua carriera: in prima serata, di sabato sera, si poteva trovare qualcosa di più appetibile per il pubblico.

Una gaia scemenza per farsi due crasse risate è invece la commedia trash Meet the Spartans di Jason Friedberg e Aaron Seltzer, parodia in chiave queer del testosteronico 300 che uscirà la prossima settimana col titolaccio 3ciento – Chi l’ha duro… la vince. Qui i valorosi guerrieri capeggiati da Leonida sono solo 13, si baciano sulla bocca per salutarsi e, in laschi mutandoni di cuoio, vanno a combattere contro i persiani manina nella manina cantando I will survive. Alle Termopili si scontreranno con un pot-pourri di nemici incongrui quali Rocky Balboa, i Transformer, Ghost Rider e un Serse alquanto particolare: il grassone di Borat, l’irresistibile Ken Davitian (è il personaggio più spassoso) ricoperto da catenoni e piercing dorati. Stracolmo di citazioni televisive non immediate per l’audience italiana – American Idol, Deal or No Deal, eccetera – ironizza sull’estetica gay-camp senza prendere in giro gli omosessuali quanto piuttosto la superficialità di una certa cultura pop che strizza l’occhio al pubblico queer (l’oracolo è Ugly Betty in persona e Paris Hilton un’informatrice gobba). Occhio per chi lo vedrà in sala: a metà dei titoli di coda ci sono altri cinque minuti di film.

Tra i documentari, il curioso Laura della svizzera Francesca Molo ci regala un affettuoso ritratto casalingo della torinese Laura Righi, primo transessuale italiano operato nel lontano 1963. Il suo matrimonio con un affascinante ex compagno di scuola, l’irruzione «della brutta bestia che negli ’80 ha portato via tanti bei ragazzi», il suo rapporto con l’adorato bull-dog Diego. «Non si può raccontare la vita di Laura in 30 minuti, il mio è semplicemente un aperitivo» ha spiegato la regista.

Discutibile infine la scelta dell’omaggio a due attori porno, Parker Williams e Colton Ford, consistente in film hard assolutamente "istituzionali" quali Lube Job (lunghe masturbazioni in un cesso, una ripetitiva scena a quattro, blowjob a go-go): non c’era davvero nulla di più artistico? E dire che neanche il pubblico ha gradito: alla fine del film erano presenti in sala solo cinque persone.

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