HO VOGLIA DI DIO

Nel rigoroso ‘In memoria di me’ di Saverio Costanzo l’attrazione fra i novizi resta implicita a differenza del libro a cui è ispirato. E il bacio gay è decisamente antierotico. Perfetto il cast.

In tempi aridi di superficialità cosmetiche e deliri adolescenziali ‘mocciosi’ (nel senso di Federico Moccia) ben venga un film evocativo e arduo, misterioso e profondo come In memoria di me di Saverio Costanzo, pupillo rivelazione di un cinema italiano finalmente non omologato né teledipendente.

Un’immersione affascinante nell’universo interiore di Andrea, un giovane in apparenza come molti ma talmente smarrito e insoddisfatto della società in cui vive da intraprendere un noviziato in un monastero per l’avviamento al sacerdozio – nel film non si cita l’ordine religioso che ricorda quello della Compagnia di Gesù – su un’isola della laguna veneta (nella realtà San Giorgio Maggiore). L’apprendistato religioso è tutt’altro che semplice, scandito da orari precisi e regole ferree: la comunicazione tra i novizi è di fatto limitata ai commenti sulle omelie, le cellette sono singole e spartane, la pulizia dei lunghi corridoi è affidata a loro stessi. Del mondo esterno restano tracce vaghe: i battelli che solcano l’acqua, una nave da crociera ‘Carnival Party’ che passa dietro alle vetrate, i fuochi d’artificio sulla festosa Venezia.

In quest’atmosfera concentrazionaria tutt’altro che rappacificata, si acuiscono i conflitti interni dei più indecisi, quali il fragile Fausto, la cui fuga di notte viene mascherata dai padri superiori come un abbandono dovuto a problemi famigliari di salute. E non solo si pratica la menzogna per timore di emulazioni contrarie allo sviluppo indotto della vocazione religiosa, ma sono molti diffusi i comportamenti delatori dei novizi che controllano movimenti e discorsi dei compagni puntualmente riferiti alle cariche più alte. L’inquieto Andrea non è certo al riparo da dubbi e indecisioni, intensificati dall’apparizione allarmante di un ragazzo ancora più tormentato di lui, l’umbratile e carismatico Zanna, con cui riesce ad instaurare una comunicazione verbale che gli permette di sviscerare le sue incertezze sul difficile percorso intrapreso.

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In memoria di me è ispirato a un romanzo degli anni ’60…

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In memoria di me è ispirato a un romanzo degli anni ’60 riedito a fine secolo per Mondadori col titolo Lacrime impure. In originale si chiamava Il gesuita perfetto ed è stato scritto da Furio Monicelli, classe 1924, fratello minore del più noto regista Mario, dopo un’illuminante esperienza in seminario di due anni, nel bienno ’52-’53. Ai tempi fece scalpore per l’accostamento tra religione e omosessualità, poiché era esplicito l’innamoramento non ricambiato tra il protagonista Andrea e il confratello Marco, un ragazzo semplice e remissivo. Nel film i riferimenti gay sono pressoché assenti, ma tutta la pellicola è pervasa da una tensione amorosa che prende forma nello scambio di sguardi imploranti attenzione e nei dialoghi essenziali che reclamano umana tenerezza e comprensione. L’unica donna si vede dopo un’ora e un quarto di film ma non è connotata più precisamente (una suora? Una benefattrice?) e riappare al protagonista in forma fantasmatica di silhouette femminile di sera, nel corridoio buio.

Il bacio omosessuale che ha fatto gridare allo scandalo a Berlino può ricordare una scena analoga in L’umanità di Dumont ma non ha nulla di erotico, di sensuale: a un certo punto, dopo una lunga requisitoria del Padre Superiore a Zanna, quest’ultimo prende tra le mani la testa del religioso, avvicina le sue labbra al volto scarnificato dell’uomo che non smette di osservarlo negli occhi mentre Zanna lo bacia con freddezza, osservato di nascosto da Andrea attraverso una porta socchiusa. Una provocazione, un addio simbolico, come dice il regista «un invito a lasciarsi andare all’amore: non quello fisico, ma l’amore per l´altro, per gli altri, di cui parla il Vangelo, l’opposto del bacio di Giuda». Ma anche una citazione letteraria, per stessa ammissione di Costanzo, della leggenda del Grande Inquisitore raccontata ne ‘I Fratelli Karamazov’ di Dostoevskij in cui il bacio in bocca all’uomo anziano da parte del prigioniero, una sorta di reincarnazione di Cristo, rappresenta l’importanza dell’amore come scelta di vita.

Lo stile sofisticato – lunghi carrelli, piani fissi, inquadrature statiche – utilizzato da Costanzo, alla sua opera seconda dopo l’acclamato Private, si ispira a quel laicismo religioso di cui è permeato il cinema di Bresson ed evita il barocchismo polemico tipicamente bellocchiano. Perfetto il cast, arricchito da volti assai espressivi che restano nella memoria: dal bravo protagonista, il bulgaro Christo Jivkov (Il mestiere delle armi) dolce e sensibile ma con un cuore nero che cela un’anima rude poco incline ai compromessi, al sempre più bravo Filippo Timi (era il poliziotto marito di Serra Yilmaz in Saturno Contro), presenza magnetica e perturbante dalla voce cavernosa.

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Il Vaticano ha accusato In memoria di me di non aver descritto in modo realista la vita del monastero ma l’intento di Costanzo è tutt’altro: non siamo dalle parti di un resoconto documentaristico sullo stile de Il grande silenzio ma l’ambizione del regista è astrarre il discorso, simboleggiare il disorientamento esistenziale contemporaneo, scavare nel disagio con toni scabri e aspri.

Un film indubbiamente impegnativo ma non noioso, ben fatto e a suo modo ipnotico, arricchito da una colonna sonora importante ma non invadente. Se a Costanzo è imputabile un torto, si può obiettare la scelta di una sceneggiatura così rarefatta – e verso il finale decisamente ellittica – da lasciare eccessiva indeterminatezza relativamente ad alcuni passaggi narrativi quali la vicenda del confratello malato.

Anche se l’argomento gay è sublimato in una ricerca d’amore universale e filosofica, In memoria di me si rivela denso di spunti interessanti per un dibattito costruttivo sul tema chiesa e omosessualità (sono molte le associazioni di gay credenti sparse per la penisola: Nuova Proposta, La Fonte, Davide e Gionata, ecc.) mai così attuale, tra cilici binettiani e ingerenze papiste.

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