“I ragazzi stanno bene” e amano le loro mamme

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Ecco la commedia rivelazione dell'anno di Lisa Cholodenko su una coppia al femminile, Annette Bening e Julianne Moore, con due figli che desiderano conoscere il papà naturale. Sarà...

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Potrebbe davvero diventare il nuovo cinecult lesbico, "I ragazzi stanno bene" di Lisa Cholodenko finalmente in uscita oggi da noi grazie a Lucky Red. Si tratta della commedia-sorpresa dell’anno, particolarmente apprezzata nelle kermesse di mezzo mondo, dal Sundance al Festival Internazionale del Film di Roma. Ha anche conquistato due meritati Golden Globes – migliore film non drammatico e attrice protagonista, Annette Bening – e ben quattro candidature agli Oscar, purtroppo andate a vuoto.

Come negli anni ’80 "Cuori nel deserto" rappresentò quasi un cinemanifesto che riconobbe dignità e visibilità della coppia lesbica e nel decennio successivo "Go Fish" simboleggiò l’orgoglio della comunità saffica le cui dinamiche finalmente venivano mostrate senza reticenze o imbarazzi, grazie a questo piccolo grande film di una talentuosa ed eclettica regista sconosciuta in Italia (ha diretto il raffinato e autoriale "High Art" ma anche la valida commedia solare e fricchettona "Laurel Canyon" nonché un episodio di "The L Word") forse si riuscirà finalmente a ‘sdoganare’ la coppia gay con figli e renderla comprensibile e accettabile anche per un’audience generalista.

Il segreto di questa commedia brillante indipendente molto amata negli States anche dal pubblico (costato quattro milioni di dollari, ne ha incassati una trentina) sta probabilmente in un semplice messaggio che riesce a trasmettere con assoluta naturalezza: non è il sesso dei genitori a rendere autentica una famiglia, ma la loro capacità di dare amore. Così, lo spettatore si dimentica quasi subito che le mamme del film sono due, in questo nucleo d’affetti meno anticonvenzionale di quello che sembra. Ecco dunque le californiane un po’ frollate Nic e Jules (Annette Bening e Julianne Moore), coppia rodata ormai ventennale, formata da una pediatra affermata e un quasi architetto in stallo professionale vagamente frustrante, con due figli adolescenti nati tramite inseminazione artificiale. Sono proprio loro, Joni e Laser (Mia Wasikowska, l’Alice burtoniana, e Josh Hutcherson, visto in "Aiuto vampiro"), un po’ inquieti come la loro età richiede, a turbare la tranquilla routine casalinga: desiderano infatti conoscere il loro padre naturale, Paul (Mark Ruffalo), che scoprono essere un vitale ristoratore ‘bio’ piuttosto cialtronello ma anche fisicamente intrigante: ci vorrà poco a ‘minare’ l’equilibrio emotivo dei vari componenti dell’insolita famiglia. Occhio (e orecchio) alla trascinante colonna sonora, da "All I Want" di Joni Mitchell cantata da una Bening pare da brividi, al leggendario pezzo degli Who che dà il titolo al film.

“Volevamo esplorare ciò che affronta qualsiasi famiglia, in particolar modo qualsiasi famiglia con figli” spiega la regista che ha avuto un maschio attraverso l’inseminazione artificiale, esattamente come nel film, allevato insieme alla compagna musicista Wendy Melvoin. “L’ansia e il divertimento, il dolore e l’angoscia di vedere la tua famiglia che si trasforma, anche in relazione a te. Che tu sia gay o eterosessuale, o single o parte di una coppia interrazziale o qualsiasi altra cosa – tutti affrontano lo stesso percorso, tutte le famiglie affrontano le stesse sfide; i commoventi riti del cambiamento, le scelte fatte, lo sforzo di tener duro per mantenere unita la famiglia. Cosa ti fa prendere alcune decisioni e quali sono le cose che possono farti deviare: anche su questo abbiamo lavorato”.

“Non c’è nessun messaggio sui matrimoni gay” continua il cosceneggiatore Stuart Blumberg. “Forse il film riecheggia battute bonarie del tipo: "Anche i gay meritano di avere gli stessi guai degli eterosessuali…". Credo che quando Lisa ed io abbiamo cominciato a scrivere "I ragazzi stanno bene" pensavamo: "Facciamo succedere questo e proviamo ad esplorare la storia che ne viene fuori". Ci siamo concentrati sugli esseri umani, non sulle grandi questioni.

“Una delle ragione per le quali mi sono sentita attratta da questa sceneggiatura” spiega Julianne Moore. “È che descrive come ci si sente in un rapporto che dura da diversi anni e nel quale ci sono figli. Annette e io siamo state entrambe sposate a lungo, abbiamo figli e sappiamo cosa significhi essere genitori. Un figlio che se ne va di casa rappresenta una grossa transizione per tutti”.

“Le due donne hanno trascorso insieme praticamente tutta la loro vita da adulti, cosa molto comune per la maggior parte delle famiglie” chiarisce la Bening. “Nella storia non c’è mai la consapevolezza esplicita che si tratti di due donne. Questo è solo uno dei tanti aspetti che caratterizzano questa famiglia”.

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