‘I TESTIMONI’, COSÌ L’AIDS HA CAMBIATO L’AMORE

L’epidemia Hiv raccontata in forma di commedia malinconica senza patetismo né commiserazione nel riuscito ‘I testimoni’ di André Téchiné, cedevole solo un poco nel finale. Cast in stato di grazia.

L’ultimo film del sessantaquattrenne André Téchiné, I tempi che cambiano, risaliva al 2004 e non ci aveva convinto molto: un po’ fiacco e trascinato, nonostante la presenza di due mostri sacri come Catherine Deneuve e Gérard Depardieu (c’era anche una sottotrama gay riguardante il figlio di lei innamorato di un ragazzo marocchino).

Il suo ritorno al cinema col riuscito I testimoni – il titolo di lavorazione era però Le combat de l’ange, ossia Il combattimento dell’angelo – ce lo restituisce per fortuna in buona forma e rappresenta una sfida nel complesso vinta, degna di deferente rispetto: riuscire a raccontare la genesi dell’Aids e la conseguente tragedia collettiva in forma di commedia malinconica, attraverso una storia corale narrata con levità e pudore, evitando ogni patetismo e commiserazione.

Siamo nel 1984, a Parigi. Il vitale Manu, spensierato gay ventenne desideroso di fare nuove esperienze, si trasferisce a Parigi dalla provincia e si sistema con la sorella studiosa di canto, Julie, in un albergaccio che in realtà è un bordello. In un boscoso parco della città – un luogo di battuage affollato finalmente descritto senza toni cupi o morbosi – conosce il medico cinquantenne Adrien con cui instaura un’amicizia casta e fraterna. Ma Adrien si innamora perdutamente di Manu e non trattiene la sua gelosia quando scopre che questi ha una relazione con Mehdi, un poliziotto della buoncostume, neopapà legato in coppia aperta alla problematica Sarah, una scrittrice di favole in crisi creativa che si sente inadeguata nel ruolo di madre e ogni tanto si fa un giro di lenzuola con l’editore. L’improvvisa scoperta di una malattia sconosciuta nel corpo di Manu – Adrien la riconosce dalle ulcere sulla pelle tipiche del sarcoma di Kaposi e decide di dedicarsi esclusivamente allo studio del virus – causerà un collasso emotivo nel gruppo di amici terrorizzati dall’idea di essere stati contagiati ma rappresenterà un modo per Adrien di avere vicino Manu potendolo curare a casa sua.

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Téchiné è sempre stato alquanto abile nel descrivere con solarità le gioie e gli entusiasmi tipici della giovinezza (vedasi il suo capolavoro Les roseaux sauvages – l’età acerba), tant’è che la parte più riuscita di I testimoni è proprio la prima, chiamata I bei giorni (gli altri due capitoli si intitolano La guerra e Il ritorno dell’estate), in cui si delineano i complessi caratteri dei personaggi sul doppio sfondo di una Parigi accogliente e una Provenza rigogliosa.

L’orchestrazione sapiente delle varie vicende è resa palpitante da un cast in stato di grazia, dal sensuale e angelico Johan Libéreau (Douches froides) nel ruolo di Manu, a un melancolico Michel Blanc capace di infondere i giusti sottotoni privi di effeminatezze al suo Adrien in apparenza pacificato ma in realtà fortemente bisognoso d’affetto. Ma funzionano egregiamente anche una rinnovata Emmanuelle Béart, l’ispida e inquieta Sarah (è sua la voce off che racconta l’intera storia) e, nel ruolo del marito che scopre il suo lato omosessuale durante un salvataggio in mare, il sempre più bravo Sami Bouajila (La strada di Félix). Nel ruolo cameo del concierge giocatore di carte ritroviamo il grande Jacques Nolot, uno dei pochi autori capace di trattare il tema dell’Aids – su cui il cinema gay più recente sembra purtroppo glissare distrattamente – con la stessa coerenza e sensibilità di Téchiné.

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L’ultima parte del film, all’insegna di un ottimista ‘…e la vita continua’ è però più semplicistica e troppo ellittica, al punto da far sembrare il piccolo ruolo del nostro Lorenzo Balducci, smodatamente gesticolante nei panni dell’australiano gay giramondo Steve, quasi un pretesto per mostrarlo tutto nudo sotto la doccia.