Il Festival gay di Londra ha festeggiato i 40 anni del Rocky Horror

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Si è conclusa ieri la 29esima edizione del BFI Flare con grande successo di pubblico.

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Sono passati esattamente quarant’anni dall’irruzione nell’immaginario queer di un androgino Tim Curry reincarnato nel leggendario dr. Frank’n’Furter, icona ‘pregender’ del cultissimo Rocky Horror Picture Show diretto da Jim Sharman. Appariva sull’ascensore battendo il tacco bianco glitterato e seduceva maschi e femmine con ineguagliabile charme erotizzante cantando a squarciagola “I’m just a sweet transvestite from transsexual Transylvania!”. Il mito si è alimentato col tempo, grazie agli affollatissimi spettacoli di mezzanotte in teatri scalcagnati, e ha fatto sognare almeno due generazioni lgbt che accorrevano alle proiezioni travestiti come i protagonisti del film, dal maritino ingenuo Brad all’adone tutto muscoli Rocky.

La 29esima edizione del cinefestival queer londinese, il BFI Flare, conclusasi ieri con gran successo di pubblico, ha voluto festeggiare l’anniversario con un rutilante party che ha seguito un’affollata proiezione del Rocky Horror Picture Show al BFI Imax. Ecco quindi materializzarsi scatenate Magente con crestine di pizzo, diafani Riff Raff con parrucche platinate, i cappellini scintillanti di rockettare Columbie pronte a saltellare al ritmo di un trascinante Time Warp.

Suddivisa in tre grandi sezioni concettuali – Hearts, Bodies e Minds – la prestigiosa cinekermesse inglese ha presentato due interessanti anteprime internazionali, entrambe dedicate a un perdurante tabù contemporaneo, quello dell’omosessualità (ma soprattutto dell’omofobia) nell’ambiente sportivo.

Nel documentario di chiusura “Out To Win” di Malcolm Ingram si affronta di petto l’argomento attraverso dettagliate interviste a grandi campioni che hanno vissuto sulla loro pelle lo stigma e il rischio di compromissione delle loro carriere a causa di coraggiosi coming out: dalle tenniste Martina Navratilova e Billie Jean King alla stella dell’NBA Jason Collins, per arrivare all’hockeista canadese Charline Labonté, medaglia d’oro alle Olimpiadi invernali di Sochi, che durante l’intervista controlla nervosamente Twitter per vedere come reagiscono i fan alla dichiarazione pubblica della propria omosessualità fatta poco prima. Uno sguardo inconsueto su questo universo omertoso in cui i gay sembrano non esistere, arriva dall’Argentina ed è il doc “Fulboy” diretto da Martin Farina in cui il fratello del regista, calciatore professionista, gli apre le porte degli spogliatoi che frequenta per una sensuale immersione fra desideri repressi, concentrazioni testosteroniche, ambiguità tattili molto cameratesche.

Ma il BFI Flare è da sempre molto attento all’evoluzione del cinema queer internazionale: si è potuto vedere il primo film gay prodotto in Sri Lanka, “Frangipani” di Visakesa Chandrasekaram, un inedito triangolo sentimentale fra due uomini e una donna in un piccolo villaggio di Ceylon. Si è parlato di grande interpretazione dell’ex capitano di Star Trek, Sir Patrick Stewart, nel drammatico “Match” diretto da Stephen Belber su un ex ballerino di mezza età alla ricerca del padre biologico.

Anche sul versante femminile sono varie le cinenovità presentate, dall’ultimo lavoro della tedesca Monika Treut “Of Girls and Horses” all’adolescenziale all black “Girlhood – Bande de filles” della talentuosa autrice francese Céline Sciamma. Ha destato particolare interesse il misterioso “The Falling” di Carol Morley che ha fatto esaltare Peter Bradshaw, critico del Guardian, il quale in una recensione ditirambica gli dà cinque stellette su cinque. Si racconta di su un’indecifrabile epidemia che fa svenire una dietro l’altra le allieve di una scuola inglese alla fine degli anni Sessanta (nel cast c’è anche una desaparecida Greta Scacchi).

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