IL FIORE NERO DEL SUO SEGRETO

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Il non riuscito noir di De Palma 'Black Dahlia' ruota intorno all'ambiente lesbo losangelino degli anni '40 per raccontare il turpe omicidio dell'attricetta Elisabeth Short.

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Che pasticcio questo Black Dahlia di De Palma. E dire che le premesse per un buon noir c’erano tutte: un autore di culto come James Ellroy specializzato, ipse dixit, in «sangue, liquido seminale e napalm», già trasposto con successo al cinema nell’umbratile L.A. Confidential; un pot-pourri di nuove e promettenti star hollywoodiane (Scarlett Johansson, Josh Hartnett, Aaron Eckart, Hilary Swank); un regista-autore come l’adrenalinico De Palma ossessionato dal tema del doppio.

Eppure Black Dahlia non funziona, e per vari motivi: è abbastanza noioso, si perde in una trama inutilmente complicata, è viziato da recitazioni manierate – la Johansson – o inespressive – Hartnett, monolitico come il peggior Cruise.

Il fulcro del film è il brutale omicidio avvenuto a Hollywoodland nel 1947 della starlet Elisabeth Ann Short (Mia Kirshner, la Jenni Schecter di The L Word), detta La Dalia Nera per il suo look dardeggiante con fiore tra i capelli e divenuta celebre perché ritratta in Hollywood Babilonia di Kenneth Anger. La povera ventiduenne nativa del Massachusetts fu trovata in un prato segata in due, priva di visceri e deturpata da tagli facciali al punto da sembrare un raggelato Joker ghignante alla stregua de L’uomo che ride di Victor Hugo. L’efferato delitto avviene però dopo mezz’ora dall’inizio del film ed è preceduto da una dilatata introduzione sullo strano legame tra i due protagonisti, i detective Lee Blanchard detto ‘Lee’ e Dwight Bleichert detto ‘Bucky’ (Eckart e Hartnett).

Un tempo boxeur rivali, soprannominati ‘Ghiaccio’ e ‘Fuoco’ per la loro antitetica specularità, i due …

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Un tempo boxeur rivali, soprannominati ‘Ghiaccio’ e ‘Fuoco’ per la loro antitetica specularità, i due machi si trovano in seguito legati da una curiosa amicizia che arriva a sfiorare il triangolo amoroso con la donna di Lee, la platinata Kay (Johansson, quasi una Lana Turner in versione lolita). Le complicate indagini portano Bleichert a indagare nella perversa famiglia Linscott: padre urbanista trafficone, moglie snob alcolizzata (Fiona Shaw, la migliore di tutti) e inquieta figliola bisex, Madeleine (Hilary Swank, molto ‘femme’) sorpresa in un locale lesbico vestita al pari di un clone della Dalia Nera e col terrore che si venga a sapere delle sue frequentazioni ‘particolari’ (c’è pure un cameo musicale di k.d.lang che si esibisce en travesti in un numero coreografato sulle scale – più invecchia e più assomiglia curiosamente a Clive Owen!).

Altro spunto lesbo sono i filmini hard in possesso della polizia con Betty Short amante poco convinta di una bionda ‘desnuda’ attrezzata con tanto di dildo luciferino per la gioia dei poliziotti etero che si rivedono le ‘prove piccanti’ più per piacere personale che per scrupolo investigativo. Nel contempo spunta nella già complessa narrazione un rivolo di intricate sottotrame che svela una quantità tale di corruzioni, inganni, ricatti e giochi di potere da mettere a dura prova lo spettatore già non aiutato dai dialoghi a tratti sibillini.

Se la mano di De Palma si fa sentire nella lunga soggettiva a casa Linscott e nell’arrischiato piano sequenza che svela l’agguato agli investigatori e contemporaneamente il cadavere riverso in mezzo all’erba nonché nella splendida scena che autocita ‘Doppia Personalità’ col volo al ralenti nella tromba della scale, per il resto l’ambientazione ricostruita quasi interamente a Sofia penalizza gli esterni nonostante le mirabili scenografie iperrealiste del nostro Dante Ferretti (eccezionale l’abitazione modernista di Kay).

Un film formalmente sofisticato che poteva essere un grande noir crepuscolare e rimane invece schiacciato dalla sua stessa ambizione di ‘servire’ troppo fedelmente il libro da cui è tratto.

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